Coronavirus e i cinesi in città: «Pescara, non avere paura di noi»

Il rammarico di Yeru Hai-bin, ristoratrice da 37 anni in Italia: «Sembra di rivivere l’incubo della Sars, La gente ci guarda strano, ma siamo lontani dalla Cina e abbiamo gli stessi prodotti degli altri locali»
PESCARA. Vive a Pescara da 37 anni, dove gestisce uno dei ristoranti cinesi più noti in città. Eppure Yeru Hai-bin, come tanti italiani di origini cinesi, in questi giorni si trova a fare i conti con un’assurda diffidenza che sfiora il razzismo.
«La gente per strada ci guarda in maniera strana», racconta Yeru, «è una sensazione strana, bruttissima».
Avete avuto problemi come ristorante da quando c’è la psicosi del Coronavirus?
«Fino al capodanno cinese non molti: c’erano state poche disdette. Ma adesso ne risentiamo tantissimo. Un po’ come ai tempi della Sars».
Ma davvero può rischiare qualcosa chi oggi va in un ristorante cinese?
«Assolutamente no! C’è un allarmismo esagerato. È giusto informare la gente sui rischi, ma non si possono neanche dare solo dati negativi. Del resto non è un virus letale, e muore solo una percentuale bassissima di persone infette, solitamente chi ha già problemi di salute. In Cina ci sono un miliardo e 386mila abitanti, e le vittime sono state 170».
Neanche chi arriva in questi giorni dalla Cina può rappresentare un pericolo?
«Sono tutti controllatissimi, e tutti quelli che conosco, e che stanno arrivando in Italia, restano in casa per scelta propria per un paio di settimane. Sarà un eccesso di prudenza o una forma di rispetto per questo Paese, ma siamo un popolo scrupolosissimo quando si tratta di osservare delle prescrizioni, come forse nessun altro popolo».
La gente è diffidente verso tutto ciò che è di origine orientale.
«Ma tutti i nostri fornitori sono italiani. Pesce e carne che compriamo sono gli stessi che prendono i ristoratori italiani. Oppure ci sono prodotti che arrivano da tutt’altro posto del Mondo: abbiamo ad esempio dei gamberi che vengono dall’Ecuador, e probabilmente sono gli stessi che si consumano in tanti ristoranti italiani. Prodotti più tipici, come la birra cinese o spaghetti di soia, vengono da un fornitore di Roma, un cinese che vive da quarant’anni in Italia».
Quindi, non è neanche possibile che arrivi qualcosa da Wuhan, l’area dove è più diffuso il coronavirus.
«Quella è una zona conosciuta più per la produzione industriale, non arrivano prodotti alimentare da lì. Quando lo abbiamo chiesto esplicitamente ai nostri fornitori, ce lo hanno confermato. In ogni caso, tutto ciò che proviene dai paesi orientali è controllatissimo: in questo periodo ancora di più. E poi le case italiane sono piene di prodotti cinesi: telefoni, vestiti, apparecchi di ogni genere. C’è paura di questi oggetti?».
Che cosa si sente di dire a chi ha paura di voi?
«Vorrei trasmettere un messaggio di tranquillità. Noi italocinesi siamo lontani da Wuhan come qualsiasi italiano. Non posso credere di rivivere l’incubo della Sars: in Italia non ci fu neanche un contagio, eppure c’era gente che neanche passava davanti al nostro ristorante. Vorrei che non venissero discriminati i tanti cinesi che vivono qui, soprattutto i bambini nati in Italia: è la nuova generazione di cinesi, ma sono italiani dentro, e sono quelli che soffrono di più e hanno bisogno di comprensione».
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