«Così Facebook può rubarci l’identità»

Parla Lucci, il presidente del Corecom: «Esistono società che attraverso i social indirizzano anche il modo di votare»
PESCARA. «Il web non dimentica nulla, tutto quello che viene pubblicato rimane per sempre sulla piattaforma e nei motori di ricerca. Le condivisioni amplificano i contenuti e diventa impossibile rimuovere quelli lesivi». Bastano poche parole all’abruzzese Filippo Lucci, presidente nazionale del Corecom, per tracciare il lato più negativo dei social, in particolare di Facebook: il furto di identità.
Antonello Soro, Garante della privacy, riceverà il 24 aprile Stephen Deadmen, il responsabile per Facebook dei dati personali. Secondo lei, presidente Lucci, il social network più diffuso al mondo “ruba” la nostra vita privata?
«Secondo me Facebook non ha messo in campo tutte le tecnologie per garantire l’inviolabilità della privacy dei cittadini. Non è Facebook che ruba la vita privata ma è la tecnologia usata che non è sicura».
Quali sono i dati sensibili che noi forniamo a Facebook e ai social in generale che rischiano di essere rubati e perché accade?
«Dobbiamo fare molta attenzione a tutti i dati che riguardano le nostre abitudini: la nostra famiglia, i figli e i dati di carattere economico-professionale che possono, in qualche modo, essere utilizzati contro di noi o comunque possono minare la nostra web reputation. I nostri stili di vita sono attenzionati dai grandi motori di ricerca. Il materiale che viene pubblicato può infatti essere utilizzato da società di marketing che studiano le nostre abitudini e ci propongono, attraverso una serie di software, servizi oppure prodotti che a noi interessano. In altre parole diventiamo un prodotto per far acquistare altri prodotti».
Non è solo una questione di società di marketing perché le ultime notizie, giunte dagli Usa, dicono che anche la politica e le società che fanno sondaggi attenzionano molto i social. Lei che cosa ne pensa?
«È proprio così, tant’è che esistono le fake news che sono elaborate da grandi gruppi anche per condizionare il voto e il pensiero. In pratica ci propongono una serie di notizie false che il cittadino-utente ha difficoltà a riconoscere come tali e questo ovviamente mina anche la democrazia che invece dovrebbe nutrirsi solo di verità».
In alcuni casi può diventare persino travolgente perché si possono demolire una persona, un’azienda o intere comunità con le fake news. Vero?
«Confermo, è proprio così. Ormai ci sono società attrezzate per fare questo. Società che vengono pagate da grandi gruppi per fare guerra agli avversari, ai concorrenti commerciali, industriali o politici, non solo nei grandi sistemi e a livello internazionale, ma anche nelle campagne elettorali locali per le amministrative».
Basta poco per rubare un account di Facebook?
«Per poter gestire un profilo basta semplicemente un codice, e quindi una persona, un cittadino, un minore con un amico a fianco che vede l’inserimento della password per accedere al profilo, possono facilmente diventare vittime. In due minuti infatti l’amico si collega e può utilizzare, anche per fini illegali, il profilo dell’altro».
Il Corecom si è mai occupato di privacy violata attraverso Facebook o i social in genere?
«Abbiamo uno sportello per la web reputation ma ci stiamo attrezzando ancora di più perché tra poco, esattamente il 25 maggio, entrerà in vigore il nuovo regolamento sulla privacy che costringerà le aziende a utilizzare con molta cautela i dati sensibili e a cancellarli dopo un determinato periodo».
Ci spiega meglio la funzione dello sportello che tutela la reputazione?
«Lo abbiamo realizzato insieme a una società che si chiama “Reputation manager” che cura la reputazione di grandi gruppi italiani come Rai, Fiat, Ferrari e Finmceccanica, e che adesso sta facendo una sperimentazione molto interessante per il ministero della Salute proprio sulle fake news che riguardano la sanità, i vaccini in particolar modo, ma non solo. Noi del Corecom con questa società stiamo stringendo accordi con i social network, quindi con Facebook e Instagram, per rimuovere i contenuti lesivi. E riscontriamo nell’ultimo periodo anche una maggiore disponibilità del social network, in particolare Facebook, ad accordarci la rimozione di alcuni contenuti».
A quali contenuti si riferisce?
«Mi riferisco, per esempio, a quei video pubblicati da amici di classe non autorizzati, in cui ci sono scene di cyberbullismo, oppure fotografie scabrose o addirittura immagini di risse tra ragazzi».
Le viene in mente qualche storia particolare che il Corecom ha risolto?
«Tante. Come quella di un gruppo di Whatsapp di una classe abruzzese che umiliava in modo ossessivo un ragazzo. Abbiamo bloccato il gruppo attivando la polizia postale per i profili penali, e uno psicologo per accompagnare in un percorso di recupero sia chi ha subìto la violenza verbale sia i bulli che lo perseguitavano».
Quali consigli pratici si sente di dare a chi usa molto i social, in special modo Facebook. Cioè quali sono i dati sensibili che non conviene pubblicare e quindi rendere accessibili a tutti?
«Innanzitutto debbono essere salvaguardati i figli minori evitando di rendere pubblici le foto ed i video che li ritraggono. Personalmente non concepisco la necessità di pubblicare tutto quello che si fa. Un tema ricorrente per esempio è quello degli spostamenti privati, cioè raccontare che si è in vacanza, lontano dalla propria abitazione, perché può creare conseguenze gravi. Molti furti avvengono grazie anche a questi messaggi. Ma ormai su Facebook si pubblica tutto: attività private, i propri conti corrente, le proprie abitudini sessuali. Di tutto e di più. Dobbiamo però sapere che stiamo in piazza, e in piazza ci si va in un certo modo».
La maggioranza degli utenti peraltro non sa che gli illeciti civili e penali che si possono commettere sui social sono gravi tanto quanto quelli che si consumano nelle vita reale. È così?
«No, sono peggio. Mi spiego meglio: non c’è nessuna differenza se non l’aggravante della maggiore diffusione del reato, cioè il danno che si fa online all’immagine e alla reputazione di una persona è superiore perché la diffusione è maggiore. Nella piazza reale ci sono cinquanta-cento persone che vivono l’evento, su Facebook lo stesso evento, parliamo di reati come la diffamazione, le minacce, l’ingiuria o l’estorsione, i reati tradizionali, non solo raggiunge una platea enorme ma resta anche per sempre nella memoria del social».
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