Cospito, l’anarchico che occupò l’Aurum: primo arresto nel ’91

1 Febbraio 2023

Detenuto da 10 anni, è il primo insurrezionalista al 41-bis Da 105 giorni è in sciopero della fame e non vuole fermarsi

PESCARA. Era il 27 agosto del 1991, un martedì. È questo il giorno del primo arresto di Alfredo Cospito, all’epoca 24enne: all’alba l’anarchico pescarese finì sotto accusa per l’occupazione dell’ex Aurum. Da allora sono passati più di 31 anni: adesso Cospito, detenuto da 10 anni, è il primo anarchico a finire al 41-bis. Da oltre tre mesi – 105 giorni – è in sciopero della fame, ha perso 40 chili e le sue condizioni di salute sono in peggioramento. Per lui, gli anarchici stanno mettendo a ferro e fuoco l’Italia. E c’è il sospetto che, ieri, l’abbiano fatto anche nel centro di Pescara.
Al medico che l’ha visitato due giorni fa nel carcere di Opera a Milano, Cospito ha detto che andrà avanti ad acqua e zucchero: niente più integratori, ha scelto di non arrendersi. Come voleva fare anche quel martedì a Pescara quando però il sogno di trasformare l’ex liquorificio in un centro sociale svanì con il blitz di polizia e carabinieri: Cospito e altri 31 anarchici, non solo pescaresi ma arrivati anche da Roma, Bologna, Milano, Foggia, Napoli, Bari e Torino, furono sorpresi nel sonno, mandati via e denunciati. Il piano congegnato dall’allora questore Gianni Carnevale andò a segno ad appena 4 giorni dall’inizio dell’occupazione: “Aurum occupato. Solidarietà contro tutti gli sgomberi”, gridavano gli striscioni con la “A” cerchiata. Le grate ai cancelli furono tagliate con le cesoie e poi l’irruzione. Alcuni anarchici provarono a resistere scagliando tegole, sassi e bottiglie contro le forze dell’ordine ma, in pochi minuti, vennero circondati e non restò che urlare frasi di contestazione.
Cospito, che abitava in un palazzo di via Paolucci, provò a scappare: furono i poliziotti della Digos, all’epoca guidata da Enrico De Simone, oggi questore dell’Aquila, a fermarlo. Un giovane dai capelli lunghi e con i baffi fini già considerato un elemento di spicco degli anarchici. In quel periodo su Cospito, che rifiutò di partire per fare il militare quando la leva era ancora obbligatorio, pendeva anche un mandato di cattura emesso dalla procura militare di Roma per diserzione aggravata: una pena di un anno e 9 mesi.
Dopo la sfida persa dell’Aurum, Cospito si trasferì a Torino. Senza lasciare l’ambiente anarchico. Anzi: gli atti giudiziari lo dipingono sempre come «l’ideologo». È considerato uno dei leader della Fai (Federazione anarchica informale). «Il gruppo ha nei suoi effettivi progetti», dice una sentenza della Cassazione del 2020, «il proposito di intimidire indiscriminatamente la popolazione, oltre all’intenzione di esercitare costrizione sui pubblici poteri ed alla volontà di distruggere (o quantomeno di destabilizzare) gli assetti istituzionali dell’ordinamento».
Dallo sgombero dell’Aurum iniziò per Cospito la catena dei guai giudiziari fino all’arresto per l’attentato a Roberto Adinolfi, il 7 maggio del 2012 a Genova, quando l’allora amministratore delegato dell’Ansaldo fu gambizzato; poi un altro arresto nel 2016 in un’inchiesta su attentati e pacchi bomba ai politici: contestate 50 azioni terroristiche in 13 anni, compresi gli ordigni sotto casa di Romano Prodi (nel 2003 presidente della Commissione europea) e i pacchi esplosivi agli ex sindaci di Bologna Sergio Cofferati e di Torino Sergio Chiamparino.
Il nome di Cospito compare nelle inchieste sul mondo dell’insurrezionalismo dal 1996. Redattore del foglio anarchico rivoluzionario Kn03 – la formula chimica del nitrato di potassio, uno degli elementi per creare un fumogeno –, con la compagna Anna Beniamino, detenuta nel carcere romano di Rebibbia, creò un gruppo che proprio da quella pubblicazione prendeva il nome. Gli ultimi scritti attribuiti a Cospito recitano: «Bisogna dimostrare che il re è nudo»; «Che il padrone può e deve sanguinare»; «Affiancare alla lotta di strada attacchi mirati a persone e strutture del governo». Gli inquirenti leggono tra le righe degli articoli di Cospito «una precisa direzione ideologica, ossia quella di “passare all’azione”, anche con uso della violenza»: «Opporsi armi in pugno», è una della frasi usate dall’anarchico pescarese.