«Così insegno l’antiterrorismo agli agenti»

Il pescarese Stefano De Angelis docente di sociologia del terrorismo: attenti ai flussi economici
di STEFANO DE ANGELIS *
Se l'attentato di Berlino ha bruscamente riportato le nostre menti al massacro di Nizza dello scorso luglio, per la sua modalità d'esecuzione, o alle tante carneficine compiute in Occidente negli ultimi anni dal fondamentalismo islamico, sicuramente l'uccisione di Anis Amri in quel di Sesto San Giovanni apre un altro capitolo della lotta al terrore, perlomeno in Italia. L'uccisione del jihadista tunisino fa luce su un aspetto che troppo spesso sottovalutiamo, ovvero la preparazione dei nostri agenti di polizia e in generale delle forze armate italiane.
Negli ultimi due anni, ho avuto il piacere, l'onere e l'onore, di formare in materia di antiterrorismo coloro che ogni giorno scendono in strada a tutela della nostra sicurezza. In questo lasso di tempo, nonostante il terrorismo offra sempre nuovi drammatici spunti su cui riflettere, più volte è stato toccato il tema della sicurezza urbana, della prevenzione sul territorio, della presenza necessaria di forze armate preparate ad affrontare un nemico armato e pericoloso.
Nell'ambito dei miei corsi di aggiornamento e addestramento, ho sempre preferito dare un'impostazione pragmatica alla formazione degli agenti, puntando su tecniche multilaterali per sgominare un ipotetico fondamentalista piuttosto che un gruppo organizzato. Tecniche e strategie modellate sulle modalità d'azione del terrorismo di stampo jihadista, come la comprensione di determinati flussi economici, alle volte esigui ma sempre più spesso di notevole portata, che permettono l'insediamento e il mantenimento in loco di una cellula dormiente; sul sempre più facile accesso a percorsi di autoradicalizzazione che seguono online i terroristi definiti 2.0, ovvero i nativi digitali; sul fenomeno del proselitismo eseguito sui social media e i nuovi mezzi di comunicazione, mete sempre più ambite per reclutatori in cerca di nuove menti da deviare; sulla conoscenza delle tecniche adottate dai fondamentalisti per mimetizzarsi nella società occidentale; sull'individuazione di comportamenti considerabili "sospetti" nel corso di una perquisizione, di un interrogatorio, piuttosto che di un semplice posto di blocco.
Ed è stato proprio un normale controllo a far scoprire che Anis Amri, l'attentatore di Berlino e uno degli uomini più ricercati d'Europa, girasse indisturbato nel cuore della periferia brianzola, dopo aver valicato i confini di più Stati per infine approdare con un treno alla Stazione di Milano. Dove stesse andando non è dato saperlo al momento. Sicuramente tutto ciò getta una luce cupa su quanto siano facilmente valicabili i nostri confini nazionali e su quanta poca collaborazione ci sia tra le varie intelligence europee. Ma al contempo evidenza la prontezza e la preparazione dei nostri agenti di polizia, che non solo hanno individuato un individuo "sospetto" mediante le tecniche di cui sopra, ma hanno anche reagito con grande professionalità e freddezza al fuoco del terrorista tunisino.
* Docente di sociologia
dei fenomeni terroristici
e consulente governativo

