Così la pandemia ha penalizzato le donne sul lavoro

9 Febbraio 2022

Mauro: «In forte difficoltà i settori cultura e tempo libero I fondi del Pnrr possono aiutare a colmare le differenze»

La parola chiave è: divario. Quello che esiste tra gli uomini e le donne nei vari settori produttivi, in politica, nello sport, nella società in genere.
Il tema viene affrontato, numeri alla mano, dall’economista e docente universitario abruzzese Pino Mauro.
Secondo l’esperto «il mercato del lavoro in Italia, ma in misura più marcata in Abruzzo, presenta tre forme di segmentazione: di genere, generazionale e territoriale».
Può spiegarsi meglio, professor Mauro?
«Quella di genere assume una particolare rilevanza tenuto conto dei riflessi che la maggiore occupazione femminile potrebbe esercitare sul Prodotto interno lordo e più in generale sulla crescita economica del Paese e della Regione. I dati a nostra disposizione sono in merito abbastanza eloquenti».
Che quadro emerge, esattamente?
«Che l’Abruzzo soffre per il divario piuttosto elevato sul tasso di occupazione maschile e femminile. Se volessimo confrontarlo, si avvicina a quello dello stesso Mezzogiorno, ed è imparagonabile rispetto alla media dei Paesi Europei (10,4%).
In che misura incide su questi elementi la pandemia?
«La pandemia ha colpito duramente l’occupazione femminile. In Abruzzo nell’ultimo anno si è registrato il 2,9% di diminuzione, soprattutto perché, come è noto, il coronavirus ha prodotto danni profondi a tutto il sistema dei servizi: quelli elementari, ricreativi, culturali, del tempo libero dove è più presente il lavoro delle donne».
Qual è il termine di confronto?
«A questo riguardo basta fare una semplice considerazione: se noi andiamo ad analizzare i dati che vanno in un arco temporale molto lungo (1993-2020) possiamo constatare che il numero degli occupati in Abruzzo è rimasto inalterato, mentre a livello nazionale abbiamo avuto una crescita di circa il 26%. Quindi, anche da questo ulteriore elemento statistico si può rilevare quanto sia importante la problematica da affrontare».
In che misura incide la tipologia dei contratti?
«È un ulteriore elemento di analisi l’incidenza dei contratti flessibili sul totale. Anche qui, analizziamo il dato dei part time sul totale. Molto spesso la scelta del part time è di carattere femminile perché si tende a coniugare lavoro e famiglia, ma molto spesso diventa non una scelta volontaria, ma involontaria, e cioè dovuta al datore di lavoro».
Da dove viene fuori questo ulteriore elemento di riflessione?
«Dal fatto che nel momento in cui analizziamo l’incidenza sul totale, mentre per la componente maschile è del 6,8% in Abruzzo, quella femminile tocca il 33%, che significa un dato più elevato sia rispetto all’Italia (32%), sia all’Europa (28%)».
Nel 2021 si è registrata un’inversione di tendenza?
«Dell’ultimo anno non si conoscono ancora i dati, ma è noto che in Italia si chiude con un aumento del 6,5% del Pil e anche per l’Abruzzo la percentuale sarà vicina. Una sorta di ribaltamento rispetto al 2020. Tuttavia, se noi andiamo a verificare la crescita economica, porta con sé una crescita dell’occupazione, che è aumentata notevolmente, ma già abbiamo un primo dato che indica come la gran parte dei posti di lavoro sono in aumento e da attribuire per circa l’80% al lavoro a tempo determinato».
Non è una buona notizia, giusto?
«In sostanza, ancora esistono elementi di incertezza su una scelta stabile e duratura, tale da comportare un’occupazione più stabile e meno precaria. Allora, volendo sintetizzare, credo che nell’ambito della disparità di genere intervengono due importanti fragilità: la prima è quella che viene definita segregazione orizzontale, e cioè che c’è una differenza piuttosto significativa tra la retribuzione maschile e femminile. La seconda forma di segregazione è quella che si può definire verticale, e cioè che c’è difficoltà per le donne di raggiungere livelli elevati di carriera, tanto è vero che si parla di “soffitti di cristallo” (vedi scheda in pagina), ma va sottolineato che in Abruzzo si avverte un miglioramento».
Come si supera questo ostacolo?
«L’insieme di questi fatti elencati dimostra quanto sia importante per il sistema economico abruzzese superare queste difficoltà all’interno del mercato del lavoro anche perché, e questo è un dato che viene trascurato nel dibattito regionale, l‘Abruzzo soffre di una forte tendenza all’invecchiamento. Il mancato lavoro impedisce di rendere più ricca la famiglia nella sua composizione e lo possiamo dimostrare statisticamente quando constatiamo che la popolazione in Abruzzo, tra il 2013 e il 2020, ha perso circa 48mila abitanti con un incidenza di vecchiaia tra i più elevati del Paese. E’ un problema da affrontare».
Come?
«Il Pnrr se opportunamente realizzato in tutte le sue componenti potrebbe rappresentare una svolta in positivo. Tutte le simulazioni portano a prevedere una crescita del Pil. Siccome è un piano trasversale e ha degli assi strategici, potrebbe riflettersi in un aumento dell’occupazione femminile. I risvolti contenuti nel Pnrr possono incrementare l’occupazione femminile. La seconda è più collegata al Welfare: se aumenta l’offerta di asili nido, abbiamo la possibilità di liberare il tempo libero e quindi aumentare il lavoro delle donne. E poi un incremento generale del reddito, perché oggi vivono quasi esclusivamente del lavoro maschile. Questo incremento sposterebbe verso l’alto i consumi delle famiglie e quindi un maggiore benessere per l’intera comunità».
Ma come si colma il divario?
«Se la questione femminile viene affrontata in tutti i suoi aspetti può costituire un incremento reddituale per tutta la società. Quindi introdurre il tema del lavoro della donna nell’ambito delle politiche attive previste nel Pnrr. Due elementi del Pnrr: il programma nazionale per la garanzia e l’occupabilità dei lavoratori che mira all’inserimento delle donne e dei disoccupati nel sistema economico (Gol). E poi il Piano nazionale nuove competenze che coinvolge il sistema della formazione (Pnc)».
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