Così nacque la norma per 400mila fortunati

PESCARA. La data fatidica è il 29 dicembre 1973. Il governo guidato dal democristiano veneto Mariano Rumor vara un dpr (decreto del presidente della Repubblica, all’epoca Giovanni Leone) che inaugura...
PESCARA. La data fatidica è il 29 dicembre 1973. Il governo guidato dal democristiano veneto Mariano Rumor vara un dpr (decreto del presidente della Repubblica, all’epoca Giovanni Leone) che inaugura l’era delle baby pensioni per i dipendenti pubblici. Il decreto (votato in sede di conversione da maggioranza e opposizione e negli anni successivi modificato più volte)stabilisce il diritto all’assegno previdenziale dopo 14 anni, sei mesi e un giorno di lavoro per le donne sposate e con figli; dopo 20 anni per gli altri statali, e dopo 25 anni per i dipendenti degli enti locali.
Il decreto inaugura la stagione dei pensionati trentenni che costò alle casse dello stato, in valori attuali, circa 7,5 miliardi di euro l'anno per pagare un esercito di circa 400mila persone. I calcoli sono della Confartigianato: in 17mila hanno smesso di lavorare a 35 anni di età mentre altri 78mila sono andati in pensione tra i 35 e 39 anni. In base all’aspettativa di vita, i baby pensionati incassano almeno il triplo di quanto hanno versato durante la loro attività lavorativa.
L’inizio della retromarcia quasi venti anni dopo con un altro provvedimento omnibus di fine anno, il decreto legislativo 503 del 30/12/1992 (“Norme per il riordinamento del sistema previdenziale dei lavoratori privati e pubblici, a norma dell'articolo 3 della legge 23 ottobre 1992, n. 421”), che modifica la contestata legge, poi eliminata dalla riforma Dini. È rimasto il conto da pagare. Per il presidente dell’Inps Tito Boeri «In origine» le baby pensioni «ebbero un impatto sul bilancio pubblico praticamente irrisorio: eppure ci hanno lasciato in eredità un peso molto forte, determinando gran parte del debito pubblico».

