Crac ex Pescara calcio, condanna bis per la Caripe

La sentenza, la Cassa di risparmio dovrà restituire oltre 2 milioni alla curatela fallimentare della società biancazzurra
PESCARA. Aumenta la somma che la Banca Caripe dovrà restituire alla curatela fallimentare del Pescara calcio: se in primo grado l’istituto all’epoca diretto da Dario Mancini era stato condannato al pagamento di 1 milione 869 mila euro, in secondo grado la Cassa di risparmio di Pescara – il cui appello è stato rigettato – è stata condannata alla restituzione di circa 2 milioni e 56 mila euro.
«La Cassa di risparmio non poteva non conoscere lo stato di dissesto della società Pescara calcio al momento dell’operazione oggetto di revocatoria» e «non è credibile che la banca, finanziatrice della fallita, non abbia prestato attenzione ai bilanci del Pescara calcio che fotografavano nitidamente situazioni di vera e propria decozione», scrivono i giudici della Corte d’Appello dell’Aquila presieduta da Giuseppe Iannaccone (consiglieri Giampiero M. Fiore e Francesco Filocamo) che hanno rigettato l’appello proposto dalla Cassa di risparmio di Pescara e accolto, come era già accaduto in primo grado circa due anni fa, la tesi del curatore fallimentare Saverio Mancinelli, il commercialista che nel 2009 redasse una relazione di duecento pagine sul fallimento della società biancazzurra.
La sentenza aquilana riporta alla gestione della società dell’imprenditore salernitano Gerardo Soglia – arrivato nell’ottobre 2007 – ripercorre le trattative per la vendita del Pescara calcio, l’addio di Soglia e il fallimento della società. Il Pescara calcio è fallito il 19 dicembre 2008 con un passivo di 15 milioni di euro ma nel settembre di quell’anno, quindi nei sei mesi antecedenti la dichiarazione del fallimento, ha versato 2.063.000 mila euro sul conto corrente della Caripe per far fronte a un finanziamento dell’istituto a garanzia di Soglia.
Ed è quella la cifra, leggermente scremata, che la Corte d’Appello dell’Aquila ha deciso che la Banca Caripe dovrà restituire alla curatela nonostante, nel ricorso presentato dai legali della Cassa di risparmio, siano stati evidenziati almeno tre motivi per contrastare la prima decisione del tribunale: motivi tutti rigettati tra cui quello che al «30 settembre 2008 non vi era nessuna avvisaglia di una situazione di crisi» e per cui, scrivono i giudici aquilani, «l’appello è infondato».
La sentenza di sei pagine si sofferma sui legami tra la banca pescarese e la società ricordando «i tanti rapporti intrattenuti» e che nel 2006 «Caripe si è resa concessionaria di crediti vantati dalla fallita nei confronti della Lega calcio per 4 milioni di euro prima e di 1 milione 920 mila euro con atto successivo e, in questa occasione, acquisiva in pegno dal giugno 2007 le azioni della Pescara calcio, rivestendo così la qualifica di creditore pignoratizio con diritto di voto».
Prosegue ancora la Corte d’Appello che la Cassa di risparmio «non poteva non conoscere lo stato di dissesto della società Pescara calcio al momento dell’operazione oggetto di revocatoria» inquadrando «come decisiva» la partecipazione della banca all’assemblea del 17 settembre 2007.
«In quell’assemblea», prosegue la sentenza, «si sono evinte le condizioni fallimentari del Pescara calcio» aggiungendo pure che «l’allora direttore generale della Caripe Mancini aveva rivestito un ruolo determinante nell’ingresso nell’ottobre 2007 del gruppo Soglia nella società e che le trattative di cessione erano state condotte, per conto dei Soglia, direttamente dalla banca e da Mancini».
Ma se la cifra a cui è stata condannata la Banca Caripe è salita, arrivando a 2. 056.236 mila euro, è anche perché – concludono i giudici aquilani – «è stato accolto l’appello incidentale proposto dalla curatela fallimentare sull’errata individuazione del dato della massima esposizione debitoria da determinarsi secondo il criterio del saldo disponibile».
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