Crescono gli occupati, sono 18mila in più

13 Dicembre 2019

Positivo il terzo trimestre 2019. L’economista Mauro: «Un buon risultato, ma partivamo da una base molto modesta»

PESCARA . Aumenta l’occupazione in una regione, l’Abruzzo, dalle grandi potenzialità ma con difficoltà altrettanto importanti nello spiccare il volo. Il terzo trimestre del 2019, secondo il nuovo report dell’Istat pubblicato ieri, ha visto salire di 18mila unità il numero degli occupati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Complessivamente, siamo passati dai 486mila occupati del terzo trimestre 2018 agli attuali 504mila, vale a dire il 3,6% in più, rispetto a una media nazionale che nello stesso periodo è aumentata solo dello 0,6%. Un exploit notevole che tuttavia, avverte l’economista Giuseppe Mauro, ordinario di politica economica all’università d’Annunzio, va analizzato alla luce di diverse circostanze scriminanti.
IL LAVORO. «L’aumento dell’occupazione è un buon risultato», spiega il professor Mauro, «che si concentra soprattutto nel settore dei servizi e nella manifattura in senso stretto. Una circostanziata valutazione di questo dato conduce a considerare la base di partenza del 2018, che era decisamente modesta, e il fatto che il terzo trimestre comprende i mesi estivi, periodo in cui generalmente la domanda da parte delle aziende tende ad aumentare. E comunque, non bisogna dimenticare che rispetto al periodo pre-crisi mancano ancora all’appello 11mila posti di lavoro».
L’EXPORT. Il commercio verso gli altri Paesi del mondo è calato dell’1,4%, ma come avverte il professor Mauro si tratta di un dato che non impensierisce in maniera particolare perché rappresenta un “aggiustamento” tecnico rispetto alla precedente rilevazione, che dava un risultato sovrastimato in particolare per la provincia di Pescara. In realtà, spiega ancora il professor Mauro, «le esportazioni rappresentano ancora una volta la componente fondamentale del sistema abruzzese, la cui presenza garantisce la tenuta del Prodotto interno lordo».
IL PIL. Le esportazioni», avverte l’economista, «rappresentano oltre il 27% del Pil, anche se non cessa la tendenza alla concentrazione sia in termini territoriali (con la provincia di Chieti che assorbe il 71% del totale), sia in termini settoriali, in quanto i soli mezzi di trasporto coprono oltre il 53% dell’intero flusso esportativo». MADE IN ABRUZZO. Al di là dell’automotive, anche il settore agroalimentare prosegue nel suo trend espansivo. Circostanza che suggerisce l’opportunità di «ampliare il numero imprese esportatrici in modo da coinvolgere una parte delle Pmi che hanno una bassa proiezione esterna», suggerisce Mauro, ma anche di porre un freno alle «tendenze delocalizzative di alcune imprese multinazionali che rappresentano con il loro tasso di competitività il fiore all’occhiello della regione. Tutto questo», osserva, «è molto importante perché mettendo da parte il dato congiunturale ed estendendo l’analisi a una fase di medio periodo, si evince che ancora oggi il Pil è inferiore del 5,1% rispetto alla fase pre-crisi.
IL FUTURO DELLE PMI. Sono la spina dorsale del territorio abruzzese, perché generano lavoro e rappresentano «la sintesi fra capitale e lavoro», ma dall’altro lato le Pmi sono alle prese con «una debolezza patrimoniale e finanziaria», aggiunge l’economista Mauro. «Significa che il diffondersi della tecnologia comporta una combinazione rischio-investimenti che è compatibile con la ridotta dimensione delle aziende. Inoltre essendo in gran parte sotto-capitalizzate e dipendenti in maniera pressoché assoluta dal sistema bancario, effettuano minori investimenti in capitale umano, hanno maggiori difficoltà a penetrare mercati lontani, e hanno insufficiente massa critica per investimenti innovativi. Tutto questo riduce il potenziale di crescita del economia abruzzese. Far crescere le Pmi», esorta, «significa far crescere l’intera economia».
PROFILO MODESTO. Nel complesso, secondo il professor Mauro, indipendentemente dalla situazione congiunturale «la regione mantiene un profilo economico non molto elevato. Per il 2020 l’economia in generale sembra assumere connotati piuttosto incerti». Diverse le questioni sullo scenario internazionale che creano fibrillazioni nei mercati: la Brexit, i dazi di Trump, una crescita economica che oscilla tra 0,3 e 0,4% e a monte, le difficoltà industria tedesca «che si possono riflettere sulla nostra industria della componentistica». Servono infrastrutture, dice Mauro, perché l’indotto che sono in grado di generare può aiutare a uscire da una situazione di stagnazione e di mancata crescita, evitando lo scivolamento della regione verso gli standard del Mezzogiorno.
VISIONE STRATEGICA. «C’è un filosofo del ’700, David Hume, secondo il quale le persone hanno un’anima ristretta, che tende a privilegiare il presente rispetto al futuro. Ora», conclude il professor Mauro, «è proprio compito della politica equilibrare il breve e medio periodo, e non limitarsi ad affrontare problematiche dal respiro corto. La politica dovrebbe occupare il posto che le è proprio, che significa costruire visioni, dare priorità, definire le linee di intervento per una regione che ha grandi potenzialità».
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