D’Amario: il virus si trasmette nell’aria? Lo stiamo studiando

4 Aprile 2020

Il rappresentante del Comitato tecnico scientifico nazionale: «Sì alla ripresa graduale con distanziamento e mascherine»

PESCARA. Sarà ancora lunga la lotta a questo nemico che serpeggia invisibile tra le esistenze. Che quelle esistenze ha cambiato e cambierà. Come spiega Claudio D’Amario, direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute e tra i sette saggi del Comitato tecnico scientifico nazionale per l’emergenza coronavirus.
Distanziamento sociale. Professore, siamo sicuri che sia la chiave giusta?
«Nell’attuale fase è l’unico provvedimento efficace, essendo questa una patologia invisibile, che si trasmette attraverso contatti umani. Questa pandemia è la classica espressione della globalizzazione, ma non è l’unica minaccia».
E cos’altro dobbiamo aspettarci?
«Pensiamo alla Sars o a un’altra minaccia importante che è l’ebola, per ora confinata in alcune aree africane. Sono e saranno un problema per il nostro futuro».
Tutto ciò deve farci riflettere o deve allarmarci?
«Per anni abbiamo dimenticato che esiste una rete delle malattie infettive: adesso va riscoperta, mantenuta attiva e ripensata. Dovremo fare i conti con la resistenza agli antibiotici o coi focolai di malati infettanti, per esempio nelle strutture sanitarie. Per troppo tempo abbiamo smesso di investire sugli antibiotici e abbiamo spostato l’attenzione su farmaci innovativi e di ultimissima generazione. Sarebbe importante riprendere lo studio sugli antibiotici perché una grande minaccia è rappresentata dalle infezioni ospedaliere».
Torniamo all’attualità. Le misure adottate sono ritenute sufficienti?
«Come Comitato tecnico scientifico abbiamo proposto il distanziamento che dà dei risultati in termini di rallentamento della propagazione del virus. Gli effetti del provvedimento si stanno vedendo perché in questo momento vi è una crescita più bassa e costante, il che significa un indubbio vantaggio dal punto di vista assistenziale. Se il numero dei pazienti contagiati è inferiore, migliora l’assistenza e c’è un minor impegno in area critica. Adesso dobbiamo concentrarci su focolai piccoli, come negli ospedali, nelle strutture residenziali per anziani dove si trovano persone fragili, oppure sui cosiddetti focolai domiciliari».
In Abruzzo ci sono nuove misure per allargare la ricerca dei contagiati senza sintomi. Giusto?
«Ampliare la capacità diagnostica è fondamentale. Il trend importante per l’osservazione del fenomeno epidemico è quello settimanale. La Regione Abruzzo sta facendo bene, con tre laboratori in grado di fare 1.000 test al giorno, espandibili a 2.000. Fino al 13 aprile l’obiettivo deve continuare a essere quello di spegnere questi focolai piccoli in aree dove l’incidenza è troppo elevata in rapporto alla popolazione».
Perché alcune località risultano più colpite?
«Lungo le fasce costiere ci sono maggiori mobilità e relazioni sociali».
Il capo della Protezione civile, Borrelli, ha fatto intendere che bisognerà scordarsi anche il Primo maggio. Sarà così?
«Il Comitato di cui faccio parte ha ribadito la necessità di misure molto restrittive fino al 13 aprile. Se le misure ci dovessero dare questa decrescita si dovrebbe pensare alla famosa Fase 2. Come? Valutare quali attività potrebbero riprendere, penso ai servizi produttivi, alla filiera agroalimentare, al piccolo artigianato. Lo sto dicendo a titolo personale, ma farò queste proposte. I ristoranti potrebbero ricominciare dal cibo d’asporto, i bar potrebbero riaprire a delle determinate condizioni».
Quali?
«L’importante è che restino in atto due misure: il distanziamento e la cosiddetta protezione personale, che va fatta anche indossando una mascherina commerciale, bastano quelle igieniche monouso che riducono fortemente la trasmissibilità, come stanno facendo in Cina o in Corea del Sud».
A proposito di Cina, crede nei numeri forniti?
«Le rispondo così: lì è stato arrestato il medico che per primo ha segnalato la patologia, un’infezione che girava almeno da ottobre, novembre. In Italia circola da gennaio. Il famoso paziente zero di Codogno non è altro che uno dei tanti».
C’è un errore che non andrebbe replicato?
«Sulle malattie infettive la governance deve essere di competenza dello Stato centrale. Ci siamo riformati in pochissimo tempo partendo da un assetto di tipo federale. Ogni regione sulla diagnostica si sta organizzando, si vede di tutto in giro. Ma qui vanno seguiti solo i canali istituzionali e le evidenze scientifiche».
Le terapie?
«Alcune sono partite in modo spontaneo. Sono in atto sperimentazioni con Tocilizumab e Avigan, quest’ultimo con risultati non eccezionali. Altre riguardano i farmaci antimalarici e sono incoraggianti. Poi c’è un altro interessantissimo filone, quello del plasma di pazienti convalescenti: il Centro nazionale del sangue, insieme ad aziende che producono plasma e immunoglobuline e a ricercatori israeliani, sta standardizzando la produzione. Potrebbe essere un’arma di strategia terapeutica importante».
In queste ore si sta parlando della diffusione aerea del virus. È un’ipotesi plausibile? Vuol dire che dovremo indossare mascherine anche in casa?
«Lo stiamo conoscendo meglio, qualcuno dice che si può legare a microparticelle in sospensione aerea. Il riferimento è ad ambienti indoor, penso ai veicoli pubblici o ai mezzi di trasporto collettivi. La sanificazione è fondamentale in simili ambienti ed è opportuno l’utilizzo della mascherina. Per il resto, vanno seguiti i tradizionali consigli, a cominciare dall’accurato lavaggio delle mani. Anche un guanto può essere pericoloso se non si cambia spesso, perché può trattenere il virus».
L’unico rimedio sarà il vaccino?
«Adesso tutti vorrebbero un vaccino per essere immunizzati. Ho lottato un anno e mezzo, quasi da solo, contro migliaia di No Vax che vedevano l’obbligo vaccinale come una misura illiberale, non me lo dimentico, ho vissuto mesi di grande contrapposizione».
Che cosa ci lascerà questa esperienza?
«Cambierà l’approccio alla prevenzione e agli stili di vita. Riprenderemo a valorizzare determinate misure, anche in ambito sanitario locale».
Quando finirà?
«Un’uscita graduale dall’emergenza, poi massima attenzione fino alla fine dell’anno».
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