D’Amario: pericoli limitati è giusto ripartire per gradi

Il direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute a Rete8: «Gli esperti hanno fornito una visione scientifica, poi tocca alla politica decidere»
PESCARA. L’evoluzione della pandemia, la fase 2 ormai alle porte e le decisioni prese dal governo nell’ultimo Dpcm. Sono questi alcuni dei temi sviluppati da Claudio D’Amario, direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, intervistato ieri da Carmine Perantuono, direttore di Rete 8, durante la trasmissione “I fatti e le opinioni”. D’Amario fa il punto sull’evoluzione della pandemia su scala internazionale e nazionale, con uno sguardo particolare all’Abruzzo, la sua regione, in cui presto prenderà la guida del Dipartimento salute. D’Amario avrebbe dovuto insediarsi nei primi giorni di marzo in Regione, ma su richiesta del ministro Roberto Speranza sta continuando a presidiare la prima linea della cabina di regia nazionale sull’emergenza Covid-19.
D’Amario, a che punto siamo dell’epidemia?
«Con le misure di chiusura è stato abbassato l’R0 sotto all’uno, mentre in precedenza era di 2,7. La pandemia l’abbiamo mitigata con le misure restrittive».
I tamponi serviranno per un campionamento epidemiologico della popolazione? Come e quanto potrebbe circolare il virus specie tra asintomatici e categorie a rischio?
«Il tampone è lo standard internazionale per diagnosticare il virus. I test sierologici? Possono essere testati per trovare anticorpi specifici e ci porteranno a vedere l’incidenza e circolazione del virus, in base alle indicazione dell’Istat, nella popolazione divisa per classi d’età. Una volta che avremo studiato le prime 150mila persone attraverso un fattore di correzione, finalmente potremo avere delle indicazioni sulla reale circolazione».
Sono maturi i tempi per il vaccino?
«In questo momento ci sono tre vaccini in fase di sperimentazione. Ci sono varie fasi da valutare come l’allestimento sperimentale in vitreo e poi la fase importante come la sperimentazione clinica. Sarei ottimista per il coronavirus, ma ci vuole molta pazienza e attenzione. Bisogna capire in che modo gli anticorpi permangono, ecco perché abbiamo voluto uno studio sierologico di tipo quantitativo. I famosi test capillari con la puntura del dito non ci dicono la quantità di anticorpi, ma solo se siamo positivi o negativi. Il test capillare ci può dare un’indicazione. Stiamo osservando, però, che alcuni pazienti risultati negativi al doppio tampone finale, a distanza di 15 giorni possono ripresentare una nuova positività. Questa non è una ricaduta. La cosa che ci preoccupa è la probabile presenza, ma che dobbiamo valutare, di portatori cronici del virus».
Il problema sollevato nelle ultime ore riguarda la non coerenza tra le scelte del mondo scientifico e quello economico. Cosa è prevalso nelle vostre decisioni?
«Abbiamo lavorato e analizzato tante cose. Ci hanno chiesto per ogni attività, da quelle produttive a quelle sociali, il fattore di rischio ai fini di una ripresa della circolazione del virus. Il rischio non è solo legato alla mancata presenza del distanziamento sociale, ma abbiamo tenuto presente anche altre componenti come la sanificazione delle attività e la presenza di barriere, come le mascherine. I cardini sono legati alla sorveglianza nel mondo del lavoro, che sarà delegata ai medici competenti delle aziende, oltre alla circolare sul contact racing. Queste cose messe insieme ci permetteranno, gradualmente, di ripartire. Poi abbiamo fatto delle valutazioni sullo sport, altro comparto produttivo del nostro Paese. Abbiamo detto che gli allenamenti per gli sport individuali devono riprendere, invece per quelli di squadra dobbiamo valutare se il giocare a porte chiuse rappresenta un rischio basso per la popolazione e per i calciatori. Con il ipartimento sport e salute abbiamo deciso di approfondire il protocollo della Figc e stiamo lavorando per ridurre tutti i rischi».
Quindi, non è vero che avete avuto una visione solo sanitaria del problema?
«Abbiamo avuto una visione integrata tecnico-scientifica di garanzia, poi è la politica che deve decidere».
C’è un comparto produttivo a rischio elevato sul quale si stanno facendo delle attente valutazioni?
«Il turistico-alberghiero. Ci saranno una serie di procedure da valutare».
Le scuole ripartiranno a settembre?
«Le nostre scuole vanno riviste per quanto riguarda la gestione degli spazi e della sicurezza. Questa è una buona occasione per investire sull’edilizia scolastica. Potremo pensare di utilizzare anche teatri e cinema per fare lezioni al mattino, ma vedremo poi a settembre…».
Sono rimasti delusi ristoratori e parrucchieri. Perché tutto questo rigore?
«I servizi alla persona, come parrucchieri e centri estetici, sono molto assimilati come fattore di rischio a quelli sanitari anche per questioni di distanziamento. Abbiamo consigliato per questi esercenti dei corsi per una formazione specifica sui rischi e le disposizioni da seguire con il rilascio di un attestato. Il mese in più di chiusura servirebbe anche per questi corsi di formazione».
Quali sono le problematiche principali per la riaperture al pubblico di ristoranti e bar?
«Non tutti i ristoranti hanno spazi adeguati per garantire il distanziamento e forse servirebbe organizzare turni per la ristorazione. Alcune strutture si dovranno adeguare con una architettura diversa per il distanziamento. Servono locali che ci diano garanzie e che non siano troppo affollati».
Quest’estate si potrà andare al mare?
«Non sarà una balneazione di grande agglomerazione sociale, ma si potrà andare al mare garantendo il distanziamento. Questo aspetto sarà oggetto di incontri che avremo con le associazioni di categoria».
Quando si potranno fare cene tra amici e parenti?
«L’aggregazione dovrà essere graduale. Ripartiamo con lo sblocco delle attività produttive e, poi, tra 15 giorni capiremo qual è il rischio dell’allentamento delle misure e poi aggiungeremo altre componenti. Penso che la strategia di ripartire per gradi, con la valutazione dei rischi e l’individuazione e la cura dei malati, da qui a dicembre credo che ci potrebbe far pensare a una gestione quasi normale di un virus che resterà presente nella nostra comunità».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

