D’Amico: anche due padri o due madri sono genitori

L’ex rettore di Teramo risponde alla lettera di Forte, arcivescovo di Chieti Vasto Per il docente l’evento è un modo per sconfiggere pregiudizi e affermare l’amore
L’Abruzzo Pride 2023, organizzato dalla comunità LGBTQIA+, oggi conclude la sua settimana di eventi itineranti in regione. Nel giorno della festa finale contro le discriminazioni sessuali, l'ex rettore dell’Università di Teramo, Luciano D’Amico, risponde all’arcivescovo di Chieti Vasto, Bruno Forte che, nei giorni scorsi, ha preso posizione sul Pride citando le parole del Papa: “Non è sano un atteggiamento che pretenda di cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”.
di LUCIANO D’AMICO*
Forse alcuni ignorano che il termine “finocchio” deriva dalla esigenza di lasciar bruciare sul rogo i finocchi, ricchi di oli essenziali aromatici, assieme agli omosessuali, in modo da coprire la sgradevolezza dell’odore di carne bruciata: ma quanti sono morti in nome dell’amore? La cura del prossimo – dei componenti il nucleo familiare, di un bambino – non poteva che trovare nella famiglia “tradizionale” la sua genesi; e per questo ha generato una stereotipata idea, e cioè che solo la contestuale presenza di un padre “maschio” e di una madre “femmina” potesse assicurare una capacità di accudimento, di esprimere affetto, di saper guidare coloro che si accingono ad affrontare i primi passi della propria vita. Eppure non è così.
Si può accudire qualcuno anche con due padri o con due madri, o con un solo padre o una sola madre, giacché ciò che conta è l’amore e non le modalità con le quali eventualmente si assortiscono gli organi sessuali dei genitori. Il nostro è semplicemente un pregiudizio che ci porta a concludere che una famiglia è tale solo se esistano un padre e una madre, un uomo e una donna, un maschio e una femmina. Come se la crescita di un bambino, e cioè la formazione di una persona, necessiti di un cliché e non anche di un altissimo esempio.
Dobbiamo esser grati a chi, durante la nostra infanzia, ci ha voluto bene, donandoci una “riserva” di affetto: è su questo lascito che abbiamo potuto fare affidamento quando ci siamo ritrovati in difficoltà; quel lascito ci ha insegnato che vale la pena di vivere la vita se la si può condividere con gli altri; perché quel lascito ci ha mostrato quanta umanità ci sia nel soccorso del prossimo, proprio come la Chiesa vorrebbe che fosse.
Continuare a suggerirci la strada, nel XXI secolo, mostrando con l’Indice (della mano) il modello familiare proprio di Betlemme, vuol dire continuare a riproporre un modello per certo santo, ma che cela in sé una latente discriminazione: perché, pur con la mitezza dei tempi, per alcuni esso è foriero di infelicità. Per questo, nel dire – come Monsignor Forte dice – che occorre nutrire “il massimo rispetto delle convinzioni religiose ed etiche di ciascuno”, è necessario subito dopo rifuggire dalla sottolineatura delle differenze, dal tracciamento dei distinguo e dalla qualificazione di ciò che ha valore e di ciò che non lo ha. In una relazione basata sull’amore ciò che fa la differenza, che consente di tracciare un distinguo, di porre un discrimine, è solo l’amore, non certo dettagli di poco conto quali il sesso degli amanti che di per sé non qualifica in alcun modo il rapporto, se il rapporto è, per l’appunto, basato sull’amore.
Oggi le forme della discriminazione non passano più attraverso un Lager: fortunatamente. Oggi sono più subdole, ma non per questo meno lesive della dignità della persona: esse concernono i costumi sociali, la libertà, l’identità, la parità dei diritti. Ed è necessario che il legislatore intervenga per reprimere la violenza e per far sì che i diritti divengano effettivi. Le libertà costituzionali sono proclamate per le minoranze e a tutto vantaggio del dissenso: se il loro esercizio dipendesse dalla volontà della maggioranza non vi sarebbe bisogno di consacrarle in un testo costituzionale.
L’amore per il prossimo si esprime dicendo chiaramente da che parte si sta: non fornendo alibi con sottili sofismi a chi intenda fronteggiare la propria insicurezza rifuggendola e scaricandone la causa su chi non vive come i più vorrebbero; specie se il fuggitivo appartiene a una maggioranza e il “diverso da sé” a una minoranza. Ma è questo il dramma di tutte le minoranze: l’essere incolpevolmente funzionali a puntellare le insicurezze della maggioranza.
L’emancipazione delle minoranze trova poi due possibili soluzioni: se l’appartenenza e la definizione di minoranza è collegata a qualcosa di visibile e non occultabile – i neri d’America, le donne – la pressione discriminatoria è tale da provocare prima o poi una rivolta perché nessuno può rifugiarsi in un nascondiglio; se, al contrario, è possibile nascondersi e dissimulare – gli ebrei, gli omosessuali – il processo di emancipazione è più difficoltoso, ma è pur sempre destinato a compiersi perché nessuno può essere forzato ad essere ciò che non è. E quando la liberazione dalle oppressioni e dalle discriminazioni avviene, è puro amore, perché è un amore consapevole di sé. È questo il clima che ho sempre respirato nei Pride, la gioia di sentirsi fratelli in un comune destino, che è quello di dover sconfiggere un pregiudizio per affermare il proprio amore.
(*ordinario di Economia
aziendale ed ex rettore
dell'Università di Teramo)
di LUCIANO D’AMICO*
Forse alcuni ignorano che il termine “finocchio” deriva dalla esigenza di lasciar bruciare sul rogo i finocchi, ricchi di oli essenziali aromatici, assieme agli omosessuali, in modo da coprire la sgradevolezza dell’odore di carne bruciata: ma quanti sono morti in nome dell’amore? La cura del prossimo – dei componenti il nucleo familiare, di un bambino – non poteva che trovare nella famiglia “tradizionale” la sua genesi; e per questo ha generato una stereotipata idea, e cioè che solo la contestuale presenza di un padre “maschio” e di una madre “femmina” potesse assicurare una capacità di accudimento, di esprimere affetto, di saper guidare coloro che si accingono ad affrontare i primi passi della propria vita. Eppure non è così.
Si può accudire qualcuno anche con due padri o con due madri, o con un solo padre o una sola madre, giacché ciò che conta è l’amore e non le modalità con le quali eventualmente si assortiscono gli organi sessuali dei genitori. Il nostro è semplicemente un pregiudizio che ci porta a concludere che una famiglia è tale solo se esistano un padre e una madre, un uomo e una donna, un maschio e una femmina. Come se la crescita di un bambino, e cioè la formazione di una persona, necessiti di un cliché e non anche di un altissimo esempio.
Dobbiamo esser grati a chi, durante la nostra infanzia, ci ha voluto bene, donandoci una “riserva” di affetto: è su questo lascito che abbiamo potuto fare affidamento quando ci siamo ritrovati in difficoltà; quel lascito ci ha insegnato che vale la pena di vivere la vita se la si può condividere con gli altri; perché quel lascito ci ha mostrato quanta umanità ci sia nel soccorso del prossimo, proprio come la Chiesa vorrebbe che fosse.
Continuare a suggerirci la strada, nel XXI secolo, mostrando con l’Indice (della mano) il modello familiare proprio di Betlemme, vuol dire continuare a riproporre un modello per certo santo, ma che cela in sé una latente discriminazione: perché, pur con la mitezza dei tempi, per alcuni esso è foriero di infelicità. Per questo, nel dire – come Monsignor Forte dice – che occorre nutrire “il massimo rispetto delle convinzioni religiose ed etiche di ciascuno”, è necessario subito dopo rifuggire dalla sottolineatura delle differenze, dal tracciamento dei distinguo e dalla qualificazione di ciò che ha valore e di ciò che non lo ha. In una relazione basata sull’amore ciò che fa la differenza, che consente di tracciare un distinguo, di porre un discrimine, è solo l’amore, non certo dettagli di poco conto quali il sesso degli amanti che di per sé non qualifica in alcun modo il rapporto, se il rapporto è, per l’appunto, basato sull’amore.
Oggi le forme della discriminazione non passano più attraverso un Lager: fortunatamente. Oggi sono più subdole, ma non per questo meno lesive della dignità della persona: esse concernono i costumi sociali, la libertà, l’identità, la parità dei diritti. Ed è necessario che il legislatore intervenga per reprimere la violenza e per far sì che i diritti divengano effettivi. Le libertà costituzionali sono proclamate per le minoranze e a tutto vantaggio del dissenso: se il loro esercizio dipendesse dalla volontà della maggioranza non vi sarebbe bisogno di consacrarle in un testo costituzionale.
L’amore per il prossimo si esprime dicendo chiaramente da che parte si sta: non fornendo alibi con sottili sofismi a chi intenda fronteggiare la propria insicurezza rifuggendola e scaricandone la causa su chi non vive come i più vorrebbero; specie se il fuggitivo appartiene a una maggioranza e il “diverso da sé” a una minoranza. Ma è questo il dramma di tutte le minoranze: l’essere incolpevolmente funzionali a puntellare le insicurezze della maggioranza.
L’emancipazione delle minoranze trova poi due possibili soluzioni: se l’appartenenza e la definizione di minoranza è collegata a qualcosa di visibile e non occultabile – i neri d’America, le donne – la pressione discriminatoria è tale da provocare prima o poi una rivolta perché nessuno può rifugiarsi in un nascondiglio; se, al contrario, è possibile nascondersi e dissimulare – gli ebrei, gli omosessuali – il processo di emancipazione è più difficoltoso, ma è pur sempre destinato a compiersi perché nessuno può essere forzato ad essere ciò che non è. E quando la liberazione dalle oppressioni e dalle discriminazioni avviene, è puro amore, perché è un amore consapevole di sé. È questo il clima che ho sempre respirato nei Pride, la gioia di sentirsi fratelli in un comune destino, che è quello di dover sconfiggere un pregiudizio per affermare il proprio amore.
(*ordinario di Economia
aziendale ed ex rettore
dell'Università di Teramo)

