D’Amico: «Il nostro futuro scritto insieme ai giovani»

Il candidato presidente riempie il Circus di Pescara: in 1.500 cantano l’inno nazionale
PESCARA. Stesso luogo e stesso obiettivo. Ma la differenza balza subito agli occhi. Alle bolle di sapone dell’avversario, Luciano D’Amico risponde con l’inno nazionale cantato da 174 candidati e una platea gremita. Sul palcoscenico del Circus salgano i giovani e il docente Enzo Di Salvatore. Spot e filmati elettorali, proposti sette giorni fa da Marco Marsilio, lasciano il posto ai principi della Costituzione, ai volti, alle persone. Il confronto diventa inevitabile anche sui numeri di quanti sono accorsi a sostenere il candidato presidente del Patto per l’Abruzzo. Erano così numerosi, ieri mattina nel cineteatro, che in trecento sono rimasti fuori, non è un azzardo parlare di 1.500 sostenitori. E sul palco c’è tutta la squadra insieme con Luciano D’Amico che non vuole essere l’uomo solo al comando. Né vuole stupire con migliaia di bolle che svolazzano in platea ma usa le parole per sorprendere con una lezione magistrale, semplice ed essenziale, detta a braccio, affidando ai giovani il futuro dell’Abruzzo.
Cita Ennio Flaiano, non Gabriele D’Annunzio come ha fatto il rivale, e lo fa rievocando la lettera di Ennio all’amico Pasquale Scarpitti, nelle campagne un uomo è ancora “nu cristiane”, perché l’abruzzesità è il perno della sua convention. Parla a tutti, non solo alla sinistra ma anche a quelli che «salutano con il braccio teso. Ma si rivolge, soprattutto, a chi è deluso dai politici, agli astensionisti e al limbo degli indecisi, perché questi decideranno l’esito della sfida alle urne del 10 marzo. Il sipario si apre sulle note dell’Inno di Mameli: tutti in piedi, dalla prima fila con i volti che ti aspetti, come quelli di Luciano D’Alfonso e Giovanni Legnini, alle altre file di giovani, gente comune, cittadine e cittadine della porta accanto. Segue l’intervento del costituzionalista Di Salvatore che ha coordinato gli incontri partiti dal basso per creare un programma nato dall’ascolto e condiviso: «Un libro che riscrive la storia della regione per voltare pagina», dice il docente. Quindi la parola passa ai giovani. A rappresentarli tutti sale sul palco Valentino Grossi, un cervello di ritorno, Ceo di Allbora, startup innovativa che si occupa di Digital Innovation nelle Pmi, che esordisce con una domanda: «Cosa non ti fa dormire la notte?». Parla delle aspirazioni, di anni di studio e delle delusioni che lo hanno costretto ad abbandonare la sua terra. Ma Valentino è tornato come quell’abruzzese raccontato da Ennio a Pasquale, «gente rimasta di confine (a quale stato o nazione? O, forse, a quale tempo?) con una sola morale: il lavoro». E dal palco riaccende la luce con la più bella delle frasi rivolte alla platea: «Gli utopisti con i piedi nel fango siamo noi che sogniamo un Abruzzo dove restare non è una scelta di ripiego».
L’Abruzzo dei giovani, le prospettive e il lavoro che D’Amico piazza al primo posto del suo programma nato dall’ascolto. «Il lavoro sicuro», esordisce al Circus per presentare «la fabbrica del futuro». Ma la sua non è una sequenza di slogan come quest’ultimo.
Il candidato presidente entra nel merito, fa esempi e confronti. «La vera emergenza in Abruzzo è il lavoro povero, lo scrivono loro», sottolinea citando il Defr (il documento economico finanziario) approvato dalla Regione di centrodestra. Parla di infrastrutture rimaste al palo: della ferrovia per Roma «ideata nel 1870» e della linea adriatica «del 1863». Lancia la sfida per ripensare le grandi opere. Cosi come sarà determinante «tornare ad essere attrattivi per le imprese», dice salutando D’Alfonso e lanciando la prima idea, quella di coinvolgere i quattro poli universitari abruzzesi. Ed è anche fondamentale dare lo stop alle delocalizzazioni attraverso la sfida delle ricollocazioni.
Le idee si susseguono come quella dell’economia circolare che prevede di realizzare in Abruzzo fabbriche di riassemblaggio di milioni di auto che saranno rottamate per via della transizione ecologica. O sull’agricoltura che ridà prospettive alle aziende attraverso le mense d’ogni tipo da rifornire con prodotti locali.
Saluta Legnini, mentre dal palco rimette in corsa la Carta di Pescara che tracciava le linee guida dello sviluppo sostenibile. Quindi, parlando di aiuti ai servizi, parte dal commercio e traccia il nesso sociale che collega tra di loro «le vetrine che si spengono e l’aumento dell’insicurezza».
Il capitolo turismo gli dà il “la” per scuotere Marsilio mettendo in evidenza la grande occasione che il 2025, l’anno del Giubileo, offre all’Abruzzo: «Ma noi che siamo a un passo da Roma non riusciamo a intercettare una massa enorme di turisti religiosi». Così come Pescara, all’origine Ostia Aterni, non è più collegata alla Croazia: «Diocleziano ne rimarrebbe scandalizzato».
Sul riordino della rete ospedaliera, «quello delle non scelte del centrodestra», propone ospedali specializzati, sedi di eccellenza, e ricorda la figura di Glauco Torlontano, genio della moderna ematologia, un nome che strappa l’applauso della platea. Sul trasporto pubblico gratuito rilancia, smentendo l’avversario che l’ha definita una bolla di sapone: «Si può realizzare», controbatte D’Amico, «occorrono 30 milioni di euro, basta eliminare qualche legge marcia», con l’obiettivo, tra i tanti, di ricucire l’interno con la costa, «creando collegamenti e posti di lavoro». Il rilancio dei servizi sociali lo induce, sul finire, a lanciare un monito: «L’Abruzzo deve tornare a essere regione dei diritti, lo voglio ricordare a tutti coloro che salutano con il braccio teso». Cita la Brigata Maiella, parla di «superficialità di una certa destra» che si è appropriata dell’Inno di Mameli e di chi, come la premier Meloni, dice di voler difendere Dio, patria e famiglia.
«Quel signore tracagnotto che cercava di fuggire in Svizzera vestito da tedesco non lo ha fatto». E ancora: «Dio non ha bisogno di essere difeso», così come l’inno, la patria e la famiglia sono simboli e beni di tutti. E così, in tre battute, D’Amico spiega il perché di una convention senza bolle di sapone ma con il canto degli italiani, come Bersani nel 2009, e le parole di un prof di diritto costituzionale. «Siamo abruzzesi. E noi in Abruzzo continueremo a vivere anche tra sei anni», è il suo messaggio contro Marsilio rivolto al popolo degli indecisi per convincerlo a «non far scegliere il nostro futuro dai tavoli romani dove l’Abruzzo è una pietanza da servire». Non va oltre, D’Amico: l'applauso e quella platea gli bastano. E perché, scriveva Flaiano, un abruzzese ha il pudore dei propri sentimenti.
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