«D’Andrea e la generazione che fece rinascere la città»

13 Gennaio 2015

L’ex assessore Quieti racconta i pionieri del mattone: costruttori senza fronzoli e intraprendenti. Amavano Pescara: la volevano grande, vivace e attraente

PESCARA. «Più pratici e senza svolazzi intellettuali: senza quei pionieri Pescara sarebbe stata più piccola». C’è un manipolo di uomini che ha badato al sodo e che, con quel fare che l’ex consigliere comunale Dc e deputato Giuseppe Quieti definisce «senza tante teorie», ha consegnato la Pescara di oggi alle generazioni future. Anche Michele D’Andrea, scomparso domenica a 88 anni, è stato il portavoce di un boom edilizio che Quieti ha conosciuto perché per quasi trent’anni, dal 1965, è stato consigliere Dc diventando anche assessore ai Lavori Pubblici. Sono i una decina i pionieri del mattone che negli anni Sessanta hanno fatto esplodere Pescara, il decennio successivo hanno trasformato viale Kennedy e negli anni Ottanta hanno dato il via ai Colli: licenze, permessi e aneddoti passati sulla scrivania e nei corridoio comunali che Quieti ha frequentato fino al 1993.

Quieti, cosa ha rappresentato D’Andrea?

«Una classe imprenditoriale vivace che ha creduto nello sviluppo e nella rinascita della città. Una Pescara diversa da quella disegnata dal piano regolatore di Luigi Piccinato: l’architetto voleva la città giardino e gli imprenditori pensavano una città proiettata al futuro, ai traffici».

Perché la città giardino venne scavalcata?

«E’ probabile che la città giardino sarebbe stata meno caotica ma quella classe imprenditoriale ha puntato su una città più vivace. La città giardino non avrebbe prodotto così tanto lavoro, sarebbe stata più tranquilla, per pochi».

Qual era il dibattito sull’edilizia ai suoi tempi?

«Seguire le indicazioni della città giardino ma, poi, il processo di trasformazione, il cambio di destinazione è avvenuto senza traumi, senza grandi rotture nel tessuto sociale».

Chi sono stati gli imprenditori artefici della trasformazione?

«Ricordo D’Amico Croce che ha realizzato il Singleton, il grattacielo di Pescara, e tutta una generazione di imprenditori iniziando da Vicentino Michetti, Armando Caldora, Attilio Taraborelli, Armando D’Eramo, i Di Properzio, Fulvio Girolimetti, Angelo Tatta, Di Vincenzo, D’Aprile, Sciarra».

Che tipo di generazione era?

«Di bravi costruttori che conoscevano il loro mestiere. Una generazione senza tanti svolazzi intellettuali, di gente pratica, dedita al lavoro e non portata alle teorie. Persone che hanno cominciato dalla gavetta, da niente e che spesso non mancavano di genialità».

Gli imprenditori di cui parla di quali valori sono stati testimoni?

«Erano innamorati di Pescara, la città che volevano più grande, più bella, più attraente, piena di servizi e di comfort per turisti».

Quando lei era assessore ai Lavori pubblici, a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, com’era Pescara?

«La ricordo con la malinconia e la nostalgia della città di provincia in cui il divertimento maggiore era il cinema e in cui la vita si attivava solo un po’ d’estate».

Quali erano all’epoca le richieste che le facevano i costruttori?

«Licenze edilizie, costruire».

I costruttori dell’epoca cosa avrebbero detto della Pescara di oggi?

«Penso che l’avrebbero apprezzata e se avessero avuto più tempo credo che avrebbero immaginato un’area fieristica per Pescara».

Qual era la zona più in espansione ai suoi tempi?

«Le strade più eleganti del centro, viale Regina Margherita e via Regina Elena. Ricordo bene lo sviluppo di viale Kennedy quando era una landa desolata e, poi, i Colli».

Era più facile costruire?

«Sì perché i vincoli erano minori. D’altronde nel dopoguerra la frenesia della costruzione era fisiologica. Non era un fatto di avidità ma la gente aveva bisogno di case. Ricordo anche l’insediamento di edilizia popolare nella zona di via del Santuario».

Di che tempo sono stati testimoni quegli imprenditori?

«Del tempo dell’entusiasmo. E poi erano anche imprenditori, come Caldora, che si sono occupati di altro, di sport».

Gli imprenditori di oggi cosa hanno ereditato?

«Credo che abbiano completato l’opera dei predecessori».

Cosa hanno in più?

«La qualità delle costruzioni è buona e c’è più rispetto. Certo, i tempi sono cambiati e sono diventati più difficili ed è chiaro che si pensi più al calcolo, all’aspetto economico».

Di cosa peccano?

«I costruttori di prima erano pionieri, adesso sono più individualisti: d’altronde è l’epoca del relativismo, come aveva detto papa Ratzinger».

L’idea di città che avevano quei pionieri si è realizzata?

«Penso di sì, sono stati lungimiranti».

Senza quella generazione Pescara cosa sarebbe?

«Non lo so, forse sarebbe una città più piccola, meno intraprendente».

Imprenditori senza fronzoli: di che carattere sono stati portavoce?

«Beh, non era gente con molte teorie ma pratica anche se con qualche caduta grammaticale. Caldora era un persona straordinaria anche nei suoi scivoloni entrati nell’aneddotistica. Quando all’ex presidente del Pescara dissero: “La squadra non ha amalgama”, lui rispose: “beh, lo compriamo”. Oppure la storia dei guanti. Gli dissero “il portiere ha bisogno dei guanti” e lui rispose: “Non iniziamo, o tutti o nessuno”. Ma anche Michetti non è stato da meno. Una volta una guardia comunale andò in via Ravenna, angolo via Milano, dove lui aveva costruito un palazzo ma con un piano di troppo. E alla richiesta del perché di quel piano in più, Michetti rispose con un gesto teatrale: “Oddio, questi operai non si possono lasciare soli un attimo”».

I pionieri del mattone erano più simpatici?

«Non conoscono bene gli imprenditori di oggi. Diciamo così: prima erano alla mano».

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