D’Angelo e la telefonata sparita «La Prefettura sapeva tutto»

Cameli, il maresciallo dei carabinieri forestali, ascoltato dai pm e dagli avvocati del sindaco Lacchetta: «Mi chiesero a chi apparteneva il numero che chiamò la mattina del 18: era del cameriere del resort»
PESCARA. È durato circa tre ore l’esame di Matteo Cameli, maresciallo dei carabinieri forestali, sentito come persona informata sui fatti: esame voluto dai legali del sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, uno dei principali imputati nel disastro di Rigopiano, nell’ambito delle indagini difensive che i tre avvocati stanno portando avanti, e tenuto ieri mattina alla presenza del procuratore Massimiliano Serpi e del sostituto Andrea Papalia, così come richiesto dallo stesso sottufficiale.
Cameli non avrebbe fatto che ripetere quanto a suo tempo aveva dichiarato quando venne sentito a sommarie informazioni dai carabinieri forestali in relazione alla chiamata di Gabriele D’Angelo, cameriere del resort, deceduto anche lui nel disastro, che chiedeva aiuto per riuscire ad andare via dall’hotel isolato dalla neve. Telefonata arrivata in Prefettura la mattina del 18 gennaio 2017, poche ore prima della tragedia che si verificò quello stesso pomeriggio. Un’attività che rientra nel filone del depistaggio, ormai confluito in quello madre che si occupa delle 29 vittime della valanga, che ha coinvolto sette tra dirigenti e funzionari della Prefettura con in testa l’ex prefetto Francesco Provolo.
Il punto centrale dell’esame di Cameli sarebbe stato quello relativo al fatto che lui, di quella vicenda, mise al corrente i suoi superiori. E ieri ha precisato, come aveva già fatto, che non si trattava dei superiori dell’Arma, ma dei due vice prefetti, Salvatore Angieri e Sergio Mazzia (anche loro imputati per depistaggio), perché in quel momento il sottufficiale era “prestato” alla Prefettura per rispondere alle telefonate di aiuto che arrivavano.
Cameli avrebbe anche riferito che il 26 gennaio 2017 nella sala operativa scesero i funzionari prefettizi Giancarlo Verzella e Giulia Pontrandolfo che gli chiesero maggiori informazioni circa un numero cellulare che aveva chiamato il giorno 18, affermando peraltro che nell’hotel c’erano 45 persone. Numero che non tornava in quanto venne accertato che erano presenti nella struttura soltanto in 40. I due, che portavano in mano un pezzetto di carta con su scritto un numero, chiesero a Cameli di verificare l’intestatario di quel cellulare, poi individuato in quello del cameriere D’Angelo.
Il 27 gennaio Angieri e Mazzia riuniscono tutto il personale che era presente in sala operativa il 18 gennaio e i rappresentanti di tutte le forze presenti nella stessa sala, informandoli che la procura stava indagando e aveva chiesto copia di tutti i brogliacci di tutte le postazioni.
Questo avvenne a seguito di una nota che il 26 gennaio, l’allora capo della Mobile, Pierfrancesco Muriana, aveva inviato in Prefettura elencando tutta la documentazione di cui aveva bisogno, sottolineando che lo faceva come «delegato dai pubblici ministeri titolari del procedimento».
Ma mentre tutti consegnarono i propri brogliacci, solo la Prefettura consegnò quattro relazioni nelle quali non si faceva nessun riferimento alla telefonata di D’Angelo e nessuno sollecitò l’invio di quel brogliaccio. Soltanto mesi dopo quando, sollecitato da alcuni servizi giornalistici, Cameli si ricorda di quell’episodio e del fatto di aver riferito quella circostanza ai due vice prefetti, ne fa parola con i carabinieri forestali che lo sentono subito a sommarie informazioni, facendo partire l'inchiesta sul depistaggio che portò al ritrovamento di quel pezzo di carta strappato dal quale, secondo la procura, sarebbe stato portato via il numero di D’Angelo e le chiamate di Quintino Marcella e Giampiero Parete. Stando alle indiscrezioni trapelate dopo l'esame di Cameli, non sarebbero dunque emersi fatti nuovi circa la telefonata di D’Angelo che ora fa parte del procedimento di cui si parlerà il prossimo 31 gennaio, nell’udienza del gup Gianluca Sarandrea.
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