Da Astolfo a Audrey viaggio sul satellite delle promesse
Prima dell’Apollo 11, lassù, sulla Luna, c’erano andati in due, Astolfo e San Giovanni Evangelista, in groppa all’Ippogrifo. Erano saliti fin lassù per ritrovare il senno di Orlando, che l’aveva...
Prima dell’Apollo 11, lassù, sulla Luna, c’erano andati in due, Astolfo e San Giovanni Evangelista, in groppa all’Ippogrifo. Erano saliti fin lassù per ritrovare il senno di Orlando, che l’aveva perduto per le pene d’amore causate dal tradimento di Angelica. E che cosa ci trovano, quei due viaggiatori medievali, sulla Luna? Pensate, scoprono che non è granché diversa dalla Terra. Scrive l’Ariosto nell’Orlando Furioso: «Veggon per la più parte esser quel loco/come un acciar che non ha macchia alcuna;/e lo trovano uguale, o minor poco/di ciò ch'in questo globo si raguna».
È l’ incantesimo della Luna, la promessa non mantenuta di una diversità radicale rispetto al mondo di quaggiù. Una speranza che non cessa di affascinarci. A nulla sono valse a dissipare in noi quella malìa le missioni spaziali che da quella del 20 luglio di cinquant’anni fa si sono succedute nel tempo. L’incantesimo della Luna è anche quello della sua incostanza. Sparisce ogni tanto, con le sue promesse, come nell’eclissi di tre giorni fa; e scompare, ogni mese, lentamente, pezzo dopo pezzo, per immergersi nel buio primordiale. Non c’è da fidarsi della Luna. Lo sa Giulietta che mette in guardia così Romeo, che le dice «Io giuro il mio amore sulla Luna»:« Non giurare sulla Luna, questa incostante che muta di faccia ogni mese, nel suo rotondo andare!».
Incostante e minacciosa come quella canzone dei Creedence Clearwater Revival, “Bad Moon Rising” (La Luna cattiva che sorge), che la radio dava a ripetizione in quell’estate del 1969: «Vedo sorgere una luna cattiva/Vedo problemi in arrivo/Vedo terremoti e fulmini/Vedo tempi difficili oggi». Quasi un presagio malevolo posto come epitaffio al decennio dei Sessanta, quello delle speranze, e al contempo come esergo a quello di piombo dei Settanta.
Un’altra Luna chiude gli Anni di Piombo: è quella che nel 1979, apre il film di Bertolucci che porta il suo nome, “La Luna”. È la palla d’argento aureolata di celeste che Jill Clayburgh guarda mentre in bicicletta porta a casa il suo bambino. È la Luna di Hölderlin che detta al poeta tedesca un verso pacificatore: «Luna tranquilla: io passo e tu risplendi». Ma è anche la Luna che, nei quadri di Chagall, appare e sembra subito scomparire, per il sortilegio di un mago della Diaspora. È la Luna che invoca Sinatra in “Fly me to The moon”, negli ottimistici anni Cinquanta: «Fammi volare fino alla Luna/ Fammi giocare tra le Stelle/ Fammi vedere se è come saltare/Su Giove o Marte/In altre parole, prendi la mia mano/ In altre parole, baciami». È di nuovo la Luna dell’amore, dunque, quella su cui promette di giurare incautamente Romeo. È la dea che illude gli innamorati con la sua retrattile promessa di protezione. È la Luna alla quale si affida Audrey Hepburn, cantando con un filo di voce sul davanzale di casa a New York, quella della canzone che porta il suo nome, «Moon River», il Fiume della Luna al quale lei consegna le pene dell’amore impossibile per lo scrittore venuto ad agitare la placida corrente della sua vita disperata: «Vecchio creatore di sogni/Tu che infrangi i cuori/Ovunque tu stia andando/Ti seguirò». E anche noi, con lei.
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