Da D’Annunzio a Galeone, in un libro la storia di Pescara

24 Gennaio 2019

Il volume a cura di Paolo Smoglica, edito da Luigi Carletti racconta l’anima della città attraverso luoghi e personaggi

PESCARA. Fin dalla notte dei tempi l’area dove è sorta Pescara ha attratto per la sua particolare posizione: la foce del fiume e le colline. Un sito diviso dal fiume omonimo, dove pacificamente facevano i loro affari le popolazioni divise da quel fiume: i Marrucini a sud e i Vestini a nord. Se un titolo di merito dobbiamo dare al capoluogo adriatico è questo: la vocazione all’accoglienza, la vocazione all’inclusione.
È solo uno degli spunti che ci offre, sabato 26 gennaio (ore 18), alla Feltrinelli di Pescara la presentazione del libro della casa editrice Typimedia, “La storia di Pescara, dalla preistoria ai giorni nostri”.
A parlare del libro, oltre a Luigi Carletti, editore di Typimedia, e Paolo Smoglica, curatore del volume, ci saranno Luigi Mastrangelo, docente di Storia delle dottrine politiche all’università di Teramo, ed Ezio Sciarra, già preside della facoltà di Scienze sociali dell’università d’Annunzio di Chieti-Pescara e socio ordinario dell’Accademia delle Scienze d’Abruzzo e delle regioni adriatiche. La storia di Pescara è stata sviscerata da numerosi storici, a cominciare da Licio Di Biase che ha portato avanti una poderosa opera sui documenti e Raffaele Colapietra, realizzatore di una storia di Pescara nel periodo 1860-1960. Fra gli altri non si dovrebbe tralasciare l’opera a più mani sul porto, curata da Francesco Di Filippo, dirigente dei settori Turismo e Cultura.
La proposta di Typimedia ha caratteristiche innovative nella veste grafica e nel taglio del racconto dell’evoluzione della città. Il volume fa parte di una collana nazionale che conta già quindici volumi, metà dei quali sui grandi quartieri di Roma come Montesacro, Ostia, Trieste-Salario, Prati e altri. In Abruzzo, oltre a Pescara, è uscito anche il libro sull’Aquila curato da Giustino Parisse ed Elisa Piccirilli.
La vocazione inclusiva non è la sola caratteristica di Pescara. La più eclatante, la più smodata è di certo «l’eterna corsa in avanti». Così lo scrittore Mario Pomilio bollò il capoluogo adriatico a metà degli anni Settanta, quando si andava compiendo quel boom economico che trovava nell’edilizia selvaggia la sua massima espressione. Veloce e dissipatrice, Pescara è la città delle contraddizioni. Ha cavalcato per trent’anni la velocità tramite la gara automobilistica più famosa del centro sud: la Coppa Acerbo, un volano per il turismo, prima e dopo il secondo conflitto mondiale, salvo poi non trovare una soluzione alla costruzione di un autodromo che poteva sostituire il circuito cittadino che coinvolgeva quattro comuni (oltre Pescara, Montesilvano, Spoltore e Cappelle sul Tavo). È solo l’inizio dell’ordalia dissipatrice nel segno della velocità.
Negli anni Sessanta riscopre un’anima culturale e abbatte il teatro Pomponi. Si pavoneggia per l’atterraggio di un Concorde e rischia di mettere in naftalina l’aeroporto che aveva visto l’ultimo consiglio di guerra di Vittorio Emanuele III prima della fuga a Bari e la nascita delle compagnie Itavia e Air One. E poi la mega stazione non corroborata da linee ferroviarie moderne, sulla rotta della Valigia delle Indie, il treno che, prima del secondo conflitto mondiale, finiva la sua corsa a Bombay. Tralasciamo il porto impantanato da decenni nella melma che porta il fiume. Grandeur e sciatteria, non è l’unico dualismo che connota Pescara.
Dalla rivalità (la guerra del ponte) fra gli abitanti delle due sponde della Pescara, una corbelleria nella città dell’inclusione per antonomasia (il fenomeno rom è di dimensione nazionale). Ma non solo. Questo dualismo litigioso si è manifestato anche durante la visita di Vittorio Emanuele II, quando le scorte approntate dai due comuni limitrofi (la piccola Pescara e Castellamare Adriatico per accompagnare il Re a Chieti inscenano un’indegna gazzarra su quale fosse la prescelta per affiancare il sovrano di Sardegna). C’è un derby sotterraneo fra i santi della città: il dalmata Cetteo e l’apostolo Andrea, protettore della marineria, una città nella città. E poi la città collinare, raccolta attorno alla basilica della Madonna dei Sette Dolori, le usanze quasi barbare nelle festività, la Madonna del Fuoco, le saline, le paludi, le rivalità con Chieti. Le mura della piazzaforte che non davano sfogo allo sviluppo della piccola Pescara verso sud e che vennero usate, quando la struttura militare venne dismessa, per costruire nuove case. La rivolta contro il Vescovato teatino dal quale dipendeva la piccola Pescara che rifiutava i suoi mercati e il porto alle merci dei vicini fin dalla notte dei tempi. L’ennesima stramberia di una città che sulla riva sud del fiume coltivava il commercio e sulla riva nord il turismo. A tenere insieme il tutto, la squadra di calcio da 80 anni in qua: la città meticcia si unisce ed emigra in più di ventimila per festeggiare negli anni Settanta gli spareggi per salire in serie A. Sette fugaci apparizioni nella massima serie (fatta eccezione per il biennio del primo Giovanni Galeone), sette lampi che proiettano la città nelle cronache nazionali. Le imprese di Cadè, Angelillo, Galeone (per due anni e complessivi tre anni in A), Zeman e Massimo Oddo rassomigliano alle imprese del cittadino più illustre, il poeta soldato Gabriele d’Annunzio, guasconate verso gli austriaci durante il primo conflitto mondiale, smargiassate ad alto rischio e di infinita bellezza. Ma che si esaurivano nel momento stesso che si compivano. Restano gli anni bui, gli anni delle speranze deluse. E a soccorre il pescarese (già, ma chi si può dirsi veramente pescarese?), arriva l’altro figlio prediletto, Ennio Flaiano, scrittore, giornalista, portatore di quell’ironia malinconica che sutura tutte le ferite, magari con un mesto sorriso sulle labbra e «i piedi saldamente tra le nuvole». (e.r.)
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