«Da Giulianova a Tenerife addio all’Italia impazzita»

Ludovico Raimondi, giornalista e impiegato comunale in pensione racconta «Ho lasciato la città che amo per ritrovare una dimensione di vita più umana»
Il 19 marzo scorso sono sbarcato, insieme a mia moglie Giuliana e al nostro labrador Jago, all'aeroporto nord di Tenerife, destinazione Puerto de la Cruz. Non è una vacanza, la nostra, ma il passo propedeutico a un trasferimento nella più grande isola delle Canarie.
Se qualcuno, a partire da me stesso, avesse profetizzato una virata così drastica nel lasciare, a 66 anni, la natia e adorata Giulianova, lo avrei preso per pazzo e gli avrei riso in faccia. Come avrei potuto credere (e credermi) di compiere ora quel passo, sofferto ma irrefrenabile, non compiuto da giovane, nella scelta dell'università da pendolare alla D'Annunzio di Pescara, o nell'indirizzo della professione, dipendente del Comune di Giulianova rinunciando al tentativo della carriera giornalistica al Corriere dello Sport, pur di non allontanarmi dalla mia alcova a dimensione d'uomo? Eppure, per i misteri del destino, sta succedendo. «Chi te lo fa fare, ora che puoi goderti la pensione nel tuo ambiente naturale?», la domanda più scontata. «Davvero vai via? Beato te, verrei anch'io», la contrapposizione della maggioranza dei vorrei ma non posso. Ecco, il punto: farlo. E per farlo la condizione primaria è quella di sentire ancora la vocina del tuo Peter Pan un po' ribelle, un po' coraggioso e un po' folle.
Ovviamente la mia sterzata paga il prezzo, molto salato, del distacco non indolore dai figli, dagli affetti familiari, dagli amici di "Giuliesi per sempre", dagli amici del tressette e delle cene da Luciano, dal caffè spesso sorseggiato tra bonarie provocazioni in compagnia di Rodolfo e Tonino, dalle discussioni (divergenti) con Paolo nella puntatina mattutina all'edicola, dal tifo (sommesso ma intenso) per il Giulianova calcio che sta rinascendo ( ma grazie a un presidente non giuliese…), dalle passeggiate al porto o in spiaggia facendo tappa ora con questo o con quel conoscente, dalle abitudini quotidiane. Aggiungerei anche dagli inseparabili compagni di ventura dalla giovinezza in poi: il giornalismo e il tennis. Sono tante le ragioni che mi hanno portato qui. Non riconoscersi più nel sistema del Paese in cui sei nato, cresciuto e pasciuto con altri valori, con altra semplicità, con altra spontaneità: corruzione, affarismo ed arrivismo epidemici, la magistratura che fa politica e la politica che fa la magistratura, mass media a gettoni, evasione fiscale insopportabili, pensioni d'oro e vitalizi generazionali di parlamentari e cloni intollerabili, salti della quaglia spudorati per carrierismo personale in barba al bene comune delle città male amministrate; clientelismo, favoritismo, conflitti di interesse e voto di scambio che soffocano competenze, produttività e meritocrazia; giovani senza lavoro e senza futuro, persino sbeffeggiati da chi dovrebbe occuparsi di risolvere i loro problemi, e fasce più deboli vessate per coprire i buchi dell'incontrollabile debito pubblico. Che paese civile e democratico è l'Italia dei renzusconi, dei vanesi, dei lobbisti (che non pagano nemmeno le tasse nel nostro Paese)?
Ma perché Puerto de la Cruz e Tenerife? Perchè Puerto, a nord ovest dell'isola, è una cittadina sul mare di circa 30 mila abitanti, poco più grande di Giulianova, dove il Teide (vulcano di 3.718 m) sta alla costa atlantica come il Gran Sasso alla nostra costa blu adriatica. La sua vivibilità è attraente, il suo fascino intrigante, la sua vivacità vibrante al punto giusto. Un'amante sensuale e di classe. Tenerife (e le Canarie) perché tocchi con mano che i parecchi soldi in entrata (soprattutto da commercio e turismo) non sono sperperati in perenni campagne elettorali ma si traducono in occupazione, ordine, pulizia, servizi eccellenti e capillari. Bene intesi: al pari di qualsiasi altra struttura sociale del pianeta, non è il paradiso terrestre. La differenza di Tenerife, tuttavia, è semplice ed esemplificativa in confronto all'Italia: un conto è se un sistema funziona bene al 70% e il 30% è limitato al "fisiologicamente imperfetto", un conto è se queste percentuali si invertono. Per me Tenerife non è neanche un paradiso fiscale, dal momento che la mia pensione ex Inpdap di dipendente pubblico, contrariamente a quella Inps, viene tassata alla fonte, in Italia. Ma qui anche una pensione lorda, il lavoro di tanti giovani e l'arte di arrangiarsi di tanti imprenditori emigranti hanno un potere d'acquisto di almeno il 20-25% in più: l'Iva al 7%, taxi, noleggi di auto e bus a costi modici da poter fare a meno di un proprio mezzo, autostrada gratuita, vestiario esclusivamente estivo/primaverile e inesistenza di impianti di riscaldamento sono tra le voci che incidono positivamente su un bilancio familiare annuale. Qui, si pranza al ristorante (a base di pesce) con 20-22 euro in due. Ma l'aspetto economico, pur importante, passa in secondo ordine nella scelta di vita verso una dimensione umana e sistemica in cui nevrosi, stress e frenesie lasciano il campo a ritmi cadenzati, serenità, scambio di saluti e sguardi gaudiosi, servizi puntuali, e alla vera cultura dell'accoglienza e del turismo che porta a valorizzare un irrilevante resto archeologico laddove da noi vengono abbandonati al proprio destino pinacoteche, biblioteche e patrimoni artistici e culturali invidiabili. Nelle Canarie si sentono tutti rinati, non soltanto per l'eterna primavera che si vive e si respira. La realtà è che è crescente l'anelito comune di cercare altrove quello che in Italia c'era e non c'è più. Per quel che mi riguarda, Giulianova compresa.
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