Da Pescara a San Paolo per inventare la moda

9 Dicembre 2014

Victor Megido, 37 anni, a capo dell’Istituto del design in Brasile

PESCARA. Trentasette anni, 18 dei quali vissuti in Italia, italo-brasiliano e si è diplomato all’istituto d’arte Bellisario di Pescara con indirizzo in grafica pubblicitaria e fotografia. Questo l’identikit di Victor Megido, da poco più di un anno direttore dello Ied, l’Istituto europeo di design di San Paolo, in Brasile. Megido, nato a San Paolo, a 14 anni si è trasferito con la famiglia a Pescara, dove è cresciuto e ha studiato. In seguito si è laureato in Scienze della comunicazione all’università La Sapienza di Roma e frequentato un master in Web marketing proprio allo Ied. Poi il lavoro: per quasi 5 anni alla S3 Stadium, poi alla Tim nelle aree comunicazione e marketing fino al 2010, infine la decisione di tornare in Brasile per una carriera nuova, per la voglia di un ambiente nuovo e con ottimismo verso il futuro e per ritrovare la famiglia. Ad accompagnarlo sempre le parole di Vincenzo Bellisario: «La nostra volontà è quella di fare una scuola che renda tutti i nostri giovani, senza discriminazione alcuna, partecipi di quei beni che ci sono stati trasmessi dalla nostra cultura e dalla nostra tradizione; ma che, nello stesso tempo, li ponga in condizione di corrispondere alle istanze ed alle richieste della società di oggi». «Questi istituti nascono nel ’62, lo Ied di Francesco Morelli nasce nel ’66 con lo stesso scopo. Insomma, uomini che hanno fatto grande l’Italia. Io nel mio piccolo, cerco di retribuire come posso, oggi nell’avamposto più lontano del gruppo, qui in Brasile», dice Megido.

È soddisfatto per questo importante incarico allo Ied di San Paolo?

«Sì, sono molto felice di rappresentare lo Ied in Brasile. Oggi agisce sia a livello locale a San Paolo e Rio con delle sedi proprie, sia a livello Brasile con il proprio centro ricerche. Sono felice soprattutto per la fiducia che la presidenza dello Ied gruppo ha nel nostro operato e progetto».

Si sarebbe mai aspettato di diventare direttore?

«Non lo avevo pianificato, ma pian piano la cosa si è andata concretizzando».

A 37 anni lei è già direttore, molti suoi connazionali italiani alla sua età sono ancora a casa con i genitori. Secondo lei, perché da noi è così difficile fare carriera?

«Nelle Americhe, nei Paesi emergenti, in Asia, e in alcuni Paesi europei del nord, è naturale in questa età avere delle responsabilità manageriali. Uno dei motivi del mio rientro in Brasile è stato appunto per cercare di fare esperienza manageriale, cosa che in Italia non avrei probabilmente fatto. Ma senza la gavetta fatta in Italia, non sarei stato pronto per la sfida. Quindi, ci vuole tempo per maturare. Credo che un'ottima età per far fronte a questo tipo di sfida professionale ma anche umana stia dopo i 35 anni, e fino ai 55 anni a livello top, dove abbiamo accumulato esperienza e abbiamo ancora voglia di innovare, fare la differenza, lottare, ci sono le energie giuste. Dopo, il manager dovrebbe spostarsi su posizioni sempre senior, rilevanti, ma lasciare spazi. Dovrebbe diventare più un coach. In Italia, questo ricambio non esiste, il giovane non trova spazio, il Paese si invecchia, sia di età, sia nelle idee, per cui non si riescono a fare quelle piccole ma importanti “rivoluzioni” del quotidiano che solo chi ha fame può fare. Invecchiando, è naturale che si abbia meno fame. È umano. Il problema di questo non ricambio generazionale sta nei meccanismi perversi che crea, sia nei giovani, che non si prendono le responsabilità sul proprio futuro, si deprimono, sia sugli anziani, che non lasciando spazi, spesso per paura di perdere status sociale o per mancanza di fiducia nei giovani che loro stessi hanno educato. C’è anche un problema di crescita: le aziende non non espandono».

Che programmi ha come direttore?

«Il primo obiettivo posto quando ho accettato l’incarico, a ottobre del 2013, è stato consolidare l’operazione in Brasile, ristrutturando l’azienda sia a San Paolo sia a Rio, e porre le basi per un forte rilancio nel 2015 e 16. San Paolo farà 10 anni nel 2015 prevediamo quindi molte azioni e espansione. Su Rio, abbiamo aperto a maggio, per cui siamo ancora in fase di start up, va consolidato nel 2015, per portare a margine nel 2016. Abbiamo l’ambizione di essere la miglior facoltà di design e moda in Brasile».

Ha qualche rimpianto di aver lasciato l’Italia dopo 18 anni?

«Rimpianto no, ma molta nostalgia degli amici e del bel Paese. Per me è stato un arrivederci».

Lei si è formato al Bellisario di Pescara: che ricordi ha di quel periodo?

«Ricordi meravigliosi. Sono felice di aver studiato all’Isa, e non sarei qui oggi senza aver fatto questa esperienza importante lì. Mi ha dato davvero molto. E credo che questa scuola innovativa pensata dal deputato Vincenzo Bellisario negli anni ’60 ha dato molto anche all’Italia in generale. L’Italia dovrebbe rafforzare questi istituti statali».

Italia e Brasile: quali le affinità e quali le principali diversità tra i due Paesi?

«Affinità sono molte, soprattutto a San Paolo, la città con il maggior numero di italo-brasiliani nel mondo. Stare a San Paolo è stare a casa. Diversità ci sono soprattutto se considerate come momento storico che viviamo in Brasile. Il Brasile vive oggi quella rivoluzione che l’Italia ha avuto nel dopo guerra, per cui c’è molta speranza verso il futuro. E le persone in Brasile, per avere meno benefici sociali, sono più disposte a mio avviso a sacrificarsi per il futuro».

Guardandola da fuori, come vede Pescara?

«Pescara è sempre più bella, un gioiello. La qualità della vita è incredibile. Le persone sono fantastiche. Non torno tanto quanto vorrei, mi manca rivederla. Credo che la rivedrò nel 2015. A Pescara ho certamente tra i miei più grandi amici. Persone che rivedo in Brasile, sento spesso, e vedo rapidamente quando sto in Italia».

Che consiglio darebbe a un giovane pescarese che volesse intraprendere una carriera nel suo settore?

«Il mondo avrà sempre di più bisogno di design, non solo prodotto, ma anche design di servizi, design strategico. Design totale. Dovrebbe andare a lavorare nei Paesi emergenti, da imprenditore. E se riesce, portare competitività alle aziende italiane, soprattutto piccole e medie che possono fare la differenza. Ma deve guardare al mondo senza paura di andare a scoprirlo. Che tra l’altro, ad un italiano, riesce facile, perché l’italiano certamente è il popolo che più è andato a scoprire il mondo».

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