Da Pescara al confine ucraino «Ho salvato la mia famiglia»

Un cuoco 24enne guida per oltre mille chilometri e riabbraccia nonna, zie e nipotina
PESCARA. Andriy, 24 anni, non ha aspettato che sua nonna malata, due zie e la nipotina di 6 anni arrivassero a Pescara, in fuga dalle bombe di Putin. Preoccupato e in ansia per la loro sorte, ha montato in macchina alle tre di notte di martedì, insieme a papà Valerii e, senza mai fermarsi, ha macinato mille chilometri fino in territorio di Budapest dove ad attenderli c’era il gruppetto dei parenti, infreddoliti, stanchi e terrorizzati dalla guerra che si erano appena lasciati alle spalle. Nei pressi della frontiera ungherese, i quattro erano appena giunti dopo un viaggio di altre migliaia di chilometri da Khmelnytskyy, località a 200 chilometri da Kiev, che conta già i primi morti, dove la famigliola ha lasciato mariti e padri nelle trincee difensive.
FUGA CON il GATTO È stata una lotta contro il tempo quella di Andriy Sula, aiuto cuoco in un ristorante pescarese e residente a Montesilvano, che ieri mattina all’alba ha riportato a casa, sani e salvi, pezzi di cuore, la nonna Vera di 72 anni, molto malata; le zie Ala e Ivana, 48 e 32 anni e la nipotina Eva, 6 anni. Questi avevano riempito la macchina di cibo e scorte di acqua e portato con sé anche il gatto Rosy e il pappagallo Kesha prima di fuggire rapidamente dai confini ucraini.
ALL’ALBA A PESCARA In città sono arrivati ieri mattina all’alba, dopo aver viaggiato per duemila chilometri in auto, ricevuti in Comune nella stanza 26 da Kateryna Alerhush, presidente dell’associazione interculturale ucraina “Nessuno escluso” che aiuta a sbrigare le formalità della burocrazia italiana. Il gruppetto è stato condotto a fare visita e tamponi nell’ala vecchia del pronto soccorso di via Fonte Romana e poi sono stati rifoccillati e accompagnati in questura per formalizzare l’accoglienza. Cinquecento euro di cibo e benzina è costato il viaggio di una notte e un giorno di Andriy che ringrazia per la comprensione il suo datore di lavoro moldavo che non aveva avvertito della sua imminente partenza.
SCIACALLI NELLE CASE «L’ho chiamato in viaggio, ha capito la mia situazione e lo ringrazio tanto per la comprensione. Sono partito con mio padre alle 3 di notte per un viaggio allucinante fino alla frontiera ungherese, senza dormire, dove abbiamo trovato la massima disponibilità da parte degli agenti di guardia», racconta il giovane ucraino a Montesilvano con la famiglia da quando aveva 6 anni, «la nonna e le zie, affrante e in pena per i loro mariti lontani, hanno lasciato tre case con i bunker dove si sono rifugiati in questi giorni e due delle tre auto, una delle quali usata per raggiungere Budapest e fare il viaggio di ritorno fino a Pescara. Abiteranno in casa mia fino alla fine della guerra. In macchina, stravolte dalla paura e piangenti, mi hanno raccontato che nella nostra città ucraina è stato bombardato l’aeroporto, ci sono stati morti e gli sciacalli hanno rubato tutto ciò che trovavano nelle case abbandonate».
FARMACI PER ANIMALI Ala, dottoressa veterinaria, racconta con l’aiuto del nipote che ha tradotto la loro disperazione, che «nelle farmacie sono finiti i medicinali e la gente si cura con quelli destinati agli animali». E che «non si trova più nemmeno l’acqua per bere, né pane, né farine e i bancomat sono vuoti e le nostre donne le stanno addestrando a usare i kalashnikov». Nei loro sotterranei «dove siamo stati per giorni sepolti vivi, abbiamo accolto persone che indossavano solo ciabatte e mutande» scappati in fretta e furia dalle loro abitazioni col sibilare delle bombe. Nonna Vera, che riceverà le dovute cure, assicurano dal Comune, «si era nascosta in un bagno con la finestra aperta» racconta il nipote preoccupato, «poteva essere colpita».
PAROLA D’ORDINE L’altra zia, Ivana, imprenditrice, era in procinto di aprire un parco dei divertimenti a Khmelnytskyy: «Per ora devo rinunciare al mio sogno», diceva ieri a mezzogiorno, gli occhi umidi liberi dalla mascherina, «ma vinceremo e torneremo. Ringraziamo i pescaresi per questa calda accoglienza, ora stiamo bene qui, ma il nostro obiettivo e tornare in patria finita la guerra». Conferma, Alerush: «Nessuno di loro chiede asilo politico, altrimenti sarebbero costretti a rimanere qui almeno per cinque anni. Loro vogliono andarsene al più presto». Per Putin hanno parole cariche di rabbia, per il loro presidente Volodymyr Zelensky solo ammirazione: «È bravissimo, ci sta difendendo tutti». Ala e Ivana raccontano che «tanta gente sta andando in depressione e il consumo di alcool è stato vietato. Nessuno si aspettava questa situazione drammatica di cui non conosciamo la fine, ma gli ucraini ora sono un popolo resistente e unito più che mai. Dall’Italia stanno arrivando gli aiuti, cibo e armi per i nostri soldati e la gente, in preda alla paura e affamata». Fuori, sulle strade «presidiate dai posti di blocco delle milizie» sopravvivi solo se pronunci la parola d’ordine «che conosciamo solo noi e non possiamo rivelare», sottolineano le donne spaventate al solo pensiero di divulgarla, «a chi controlla serve per capire chi è russo e chi ucraino». E poi si vedono scene vergognose: «Militari russi che ti bloccano, ti fanno scendere dalla macchina e la requisiscono. Li vedi andarsene in giro con le macchine di grossa cilindrata rubate».

