«Da questa crisi non usciremo chi parla di crescita imbroglia»

2 Giugno 2014

Il filosofo interviene a Sant’Omero sul tema “Per una economia umana”

di Anna Fusaro

SANT’OMERO

«O. ccidente significa terra del tramonto. Dobbiamo tramontare. Non è vero che c'è rimedio a tutto. La tradizione giudaico-cristiana ponendo l'uomo al vertice del creato, concetto assente nel pensiero greco, è causa di questo modello economico. Scienza e tecnica sono di derivazione cristiana, a partire dal concetto di dominio. Come si fa a cambiare la cultura cristiana, cultura di tutto l'Occidente compresi agnostici e atei oltre ai credenti? Non si può. Occidente e Cristianesimo moriranno insieme». Non ha lasciato scampo il filosofo Umberto Galimberti, invitato a Sant'Omero dalla biblioteca D'Annunzio e dalla sua direttrice Grazia Faillace a riflettere sul tema “Per un’economia umana” con Maurizio Pallante (Movimento decrescita felice) e Marica Di Pierri ( A Sud). Prima dell'incontro, terzo del ciclo di conversazioni “Economia senz'anima”, il filosofo ha parlato col Centro.

Professore, è possibile un’economia umana?

«No, sono speranze vane. Da questa crisi non usciremo più. Chi parla di crescita imbroglia. Il Pnud, il programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite, dice che noi occidentali, cioè Europa e Stati Uniti, per mantenere questo tenore di vita dobbiamo consumare l'80% delle risorse della Terra. Se un cinese o un indiano mangia una ciotola in più di riso noi dobbiamo decrescere. Finora abbiamo retto grazie al colonialismo, territoriale e poi economico. Ma non possiamo più esportare questo modello se no la Terra implode».

È pessimista.

«Realista. Gli altri s'illudono. L’ottimismo è la qualità delle persone poco informate. Il consumo è diventato il fine di ogni bene, se no si ferma la produzione. Tutta la tecnologia che usiamo, dalla lavatrice al telefonino, ha in sé il principio di autodistruzione. Se si rompe la lavatrice il tecnico dice che il pezzo di ricambio costa troppo e conviene ricomprarla nuova. Consumo vuol dire condurre le cose al niente, alla loro fine. È una forma di nichilismo, condurre al nulla il più rapidamente possibile. A ciò lavorano due macchine infernali, la moda, che butta ciò che è ancora utile, e la pubblicità, che produce bisogni».

Lei ripete spesso che siamo nell’era della tecnica. Allora a che servono oggi i filosofi?

«Proprio a dire che siamo nell’era della tecnica. A ricordare agli umani che la tecnica non è più un mezzo, uno strumento nelle loro mani, ma è diventata un mondo in cui gli uomini sono o funzionari o consumatori di apparati tecnici. La tecnica è la forma più razionale mai apparsa sulla Terra, significa raggiungere il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi. Ne consegue che tutte le dimensioni irrazionali dell’uomo, amore gioia dolore, vengono messe fuori dal circuito e l’uomo giudicato sulla base di due soli valori, efficienza e produttività».

La politica non conta più?

«La politica non si occupa più della cura della vita. Il luogo delle decisioni si è spostato dalla politica all’economia e, in un ultimo passaggio, dall’economia alla tecnica».

E le colpe del mercato?

«Il mercato è nessuno. È un insieme di regole tra domanda e offerta, appare addirittura innocente, come un teorema matematico. Per fare la rivoluzione occorre un nemico. Per Hegel la rivoluzione parte dal conflitto tra due volontà, servo e signore. Ieri c’erano gli operai e Agnelli. Oggi servo e signore sono dalla stessa parte, e dall’altra il mercato. Con chi te la prendi? Non capiamo più cos’è giusto, buono, sacro, vero. Capiamo solo il denaro, l’utilità. Come aveva intuito Heidegger, non disponiamo di un pensiero alternativo al pensiero che fa di conto, che calcola vantaggi e svantaggi. Abbiamo una percezione utilitaristica anche della natura, vista come fornitrice di materie prime. Non abbiamo elaborato un’etica che si faccia carico degli enti di natura».

Nella sua rubrica epistolare su “D” dialoga con i lettori da anni. Quali gli interrogativi, le ansie più ricorrenti?

«Dio. Quando parlo di Dio ricevo un’infinità di lettere. L’assenza di lavoro è invece il tema ricorrente nelle lettere dei giovani. E poi, ma molto indietro in questa classifica, il mondo affettivo e amoroso. Ultimamente tendo a pubblicare solo lettere di giovani. I vecchi non m’interessano più. Invece i giovani sono schietti nella loro rabbia. Li giustifico quasi quando si drogano, quando si alzano a mezzogiorno dopo aver vissuto di notte. Privati del futuro vivono l’assoluto presente. Perché devo guardare al futuro? Mi mette angoscia. Perché devo vivere di giorno? Per assaporare la mia insignificanza sociale? Vivo di notte perché il giorno non mi convoca. Direbbe così un giovane dotato di cultura. Un Paese che rinuncia alle potenzialità, biologiche e intellettuali, dei giovani non ha futuro».

A proposito di Dio, davvero è morto? Davvero, come titola un suo libro, il Cristianesimo è la religione del cielo vuoto? O un papa come Francesco più attento al sociale che alla teologia può provare a lenire quel vuoto, a far credere a un Dio più vicino, immanente?

«Un Dio immanente non è più Dio. Dio non è solo buono, è anche tremendo. Il sacro è la rappresentazione su grande schermo della follia che ci abita nel fondo dell’anima. La religione è il contenimento di tale follia attraverso riti parabole precetti. Ma la religione è da tempo diventata liturgia stanca noiosa insignificante, che non coinvolge più. Ha perso bellezza solennità e grandezza. Questo papa ha riportato non la religione ma il Cristianesimo sul dettato evangelico, che è amore, e ha lasciato in ombra la teologia cristiana, costruita in realtà sulla filosofia di Platone e Aristotele, per privilegiare l’amore, la pratica della carità, aspetto distintivo del Cristianesimo rispetto alle altre religioni monoteiste».

Tornando ai giovani, lei si è occupato spesso di loro, in particolare nel volume “L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani”. Su chi grava la responsabilità del loro disagio?

«La famiglia ha molte responsabilità perché i genitori hanno perso autorità nei confronti dei figli e fanno gli amici. Quando i figli crescono sarà poi impossibile imporre regole. E se un figlio non può più fare l’Edipo, uccidere simbolicamente il padre, perché questi fa l’amico, andrà a fare l’Edipo con la polizia. Colpe ha anche la scuola, che difetta di professori carismatici, che sappiano affascinare i giovani e coinvolgerli. Bisognerebbe sottoporre ogni professore a un test di personalità, per capire se è idoneo e ha vera passione per l’insegnamento. Inoltre la scuola oggi non educa più, al massimo istruisce. Oggi i giovani soffrono di analfabetismo emotivo, non percepiscono la differenza tra bene e male, giusto e ingiusto. Per natura abbiamo impulsi, a un livello più evoluto ci sono le emozioni, e infine i sentimenti, che non sono evento naturale ma culturale. Tutte le società occidentali hanno costruito miti per esemplificare i sentimenti. Oggi noi li conosciamo invece attraverso il patrimonio della letteratura, luogo dove apprendiamo cosa sono amore, odio, dolore, gioia, noia, disperazione. Ma la nostra scuola anziché educare e far crescere i sentimenti attraverso la letteratura ha introdotto cazzate come Internet».

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