«Da Senna alla Marini tanti vip alla mia tavola»

10 Luglio 2016

Guglielmo Padovano, 85 anni a novembre, portalettere e balneatore: nel 1988 acquista il Lido delle Sirene che 24 anni dopo De Cecco trasforma in Les Paillottes

PESCARA. Quando Franco Califano, col suo romanesco roco, un giorno di tanti anni fa su un trabocco del lungofiume, gli chiese: «A' Gugliè, oggi che ce cucini?», lui, tranchant, gli rispose: «Assitt e magne». Guglielmo Padovano Lacchè, 85 anni da compiere il prossimo 23 novembre, è un uomo del borgo marinaro di poche parole, che nella vita, rimasto orfano all'età di due anni, figlio illegittimo (riconosciuto, poi, dal padre naturale, autista di un gerarca fascista) di Anna Padovano e, dopo la morte della madre a 20 anni, adottato dalla famiglia Lacchè di Silvi, soffrì fame e miseria da fanciullo e durante la guerra. In seguito, dopo aver lavorato alle Poste come portalettere per 32 anni, conobbe il riscatto della ricchezza e delle amicizie vip come imprenditore balneare e fondatore del Lido delle Sirene, oggi Les Paillottes. Grazie alla passione per la cucina marinara, di cui nessuno conosce i segreti perché lui li cambia di volta in volta lavorando di fantasia, al suo desco, sul trabocco di Peppino Baldati e Tonino Cosma, Swa; Walter Salvatore, direttore Ina assicurazioni e il medico Peppino Sacco , si sono seduti personaggi famosi come Franco Califano, Pippo Franco, Oreste Lionello, Ayrton Senna con Gino Pilota, Dino Zoff, Santo Versace, Gianni Petrucci, ex presidente Coni; Fabio Capello, Marco Tardelli, Gianni Brera, Donatella Bianchi di Linea Blu; Mario Cecchi Gori e Valeria Marini; gli abruzzesi Remo Gaspari, Alberto Casalini, Gaetano Novello, Vincenzo Marinelli. Di ognuno di loro ha un ricordo, ma neppure un autografo o una foto da esibire. Le uniche immagini, anche in bianco e nero, che conserva sono quelle che tappezzano i mobili della cucina nella casa di Borgomarino: ritratti della moglie Olimpia Pennese, pescarese di 78 anni , dei figli Riccardo, rappresentante della Sib Confcommercio; Nino, proprietario dello stabilimento Gente di mare a Montesilvano; Costantino, ex pugile e impiegato di banca; Annamaria e Giovanna; dei nipoti Annalisa, Guglielmo, Sara, Giorgia e Roberto e dei pronipoti Aurora, Simeone e Filippo. Il suo testamento in una minibiografia, intitolata "I ricordi di una vita", scritta il 1° gennaio 1988, l'anno in cui lasciò il lavoro sicuro alle Poste per proseguire la scalata imprenditoriale, che ha già donato alla sua famiglia.

Padovano, chi erano i suoi genitori?

Sono nato all'ospedale civile il 23 novembre 1931. Mia madre, Anna Padovano di Città Sant'Angelo, a 15 anni fu assunta come donna di servizio nel palazzo della baronessa Giammaria, su viale Primo Vere. Quest'ultima era segretaria di un gerarca fascista, il cui autista, Andrea Riccardi, fece perdere la testa a mamma, che in seguito ebbe anche un 'altra figlia, Sofia, morta in Argentina anni fa. Dal loro amore, nacqui io. Mio padre non mi riconobbe subito, lo fece anni dopo quando ci incontrammo con le rispettive famiglie, ma io volli mantenere i mie cognomi per essere grato alle mie due madri. Mamma, per questo peccato, fu cacciata di casa e la baronessa la aiutò a trovare una famiglia che accogliesse lei e me. Papà, comunque, ci fece avere il suo sostegno regalandoci i buoni pasto con i quali mamma faceva la spesa da Tamborruccio, panettiere di via Piave. A venti anni, mamma morì di pleurite e io rimasi solo. Intervenne la baronessa e, per evitarmi l'orfanotrofio, mi consegnò in casa di Giovanna Balducci e Antonio Lacchè, pescatori di Silvi, che mi adottarono. Morirono tra il 1952 e il 1957 e io mi imbarcai sull'incrociatore Raimondo Montecuccoli, per fare il militare in Marina, congedato il 20 dicembre 1953.

A quando risale l'incontro con il suo padre biologico?

Un giorno, ero ancora bimbo, la seconda mamma, Giovanna, mi portò a passeggiare in centro e mi disse: "Quello è tuo padre". Dopo la carriera militare, decisi di rivederlo. Avevo bisogno di parlare con lui, che all'epoca, metà anni Cinquanta, guidava i trenini della Fea. Salii a bordo senza biglietto e lui me lo pagò. Qualche giorno ci incontrammo in via Foscolo e lui mi disse: "Sono tuo padre". Da quel momento, non mi lasciò più fino alla sua morte, nel 1963. Col suo cognome volli battezzare il mio primo figlio, Riccardo. Papà fu presente anche al mio matrimonio, nel 1955, con Olimpia Pennese celebrato da padre Moretti (che ci regalava sempre i formaggi)nella chiesa di Sant'Andrea e poi andammo a vivere in una casetta di via Puccini.

Come corteggiò la sua fidanzata Olimpia?

Abitavamo vicini, in via Gobetti. Io la bloccavo mentre andava a fare la spesa. Un giorno le dissi: sai che mi piaci? Capì che volevo fidanzarmi, ma lei rispose, facendo la ritrosa: sono troppo piccola. Aveva 15 anni, io 23. Le diedi una foto da militare, me la ributtò dentro la persiana. Così le tesi un agguato, mi nascosi sotto un carretto e appena mi fu vicina, l'agguantai e la baciai. In seguito capitolò e ci sposammo sei mesi dopo, nel 1955. Tra il 1956 e il 1971 nacquero i miei figli, fino a quando don Michele Pierangeli, papà di Luigi, che seguiva mia moglie, le disse di smettere per via di alcune complicanze.

Quando e come fu assunto alle Poste di via Ravenna?

Tutto cominciò quando Francesco D'Isidoro, un impiegato, mi chiese se volevo andare a fare le pulizie negli uffici per mille lire al giorno. Io campavo con lavoretti saltuari, per me quei soldi erano una manna. Per l'incasso mi presentò all'economo, don Ciccio Maturo. Una mattina, mentre pulivo i vetri, arriva il direttore provinciale delle Poste, che era sindaco di Pescara, Antonio Mancini, il quale decide di assumermi dopo aver chiesto l'autorizzazione al ministro Giuseppe Spataro. Con l'aiuto di un amico, falsificai timbro e firme perché avevo solo la seconda elementare e ci voleva la quinta per fare il portalettere. Ricordo che una ragazza in via Luisa D'Annunzio mi chiedeva di consegnarle le lettere del moroso di nascosto dalla famiglia.

Da postino a balneatore: come avvenne il passaggio?

Dopo 32 anni di servizio, nel 1988, mi dimisi dalle Poste perché volevo occuparmi solo del Lido delle Sirene che avevo acquistato undici anni prima pagandolo un milione al mese per sessanta rate. Ventiquattro anni dopo la cessione, sofferta, ai De Cecco. Se ne andava un pezzo della mia storia.

Che proseguì sui trabocchi con le cene preparate ai vip. Ci racconta qualche aneddoto?

Ho sempre cucinato, i miei piatti forti sono i rigatoni agli scampi e cavolfiori, il sugo alla marinara col peperoncino secco tritato col mortaio, i maltagliati con ragù di polpi, tutti piatti chiamati "alla Gugliemo". Il mio maestro fu Francesco Sciarra, cuoco di Vincenzo Marinelli, patron della Pescara calcio che mi introdusse nell'ambiente. Santo Versace, il fratello di Gianni, arrivato in città per inaugurare Albanese negli Anni Novanta, dopo aver assaggiato i miei manicaretti, mi disse: io giro il mondo, ma non ho mai mangiato il pesce così buono. Mario Cecchi Gori arrivò con Valeria Marini, che tenev nu pette da fa' paur; di Remo Gaspari ero la guardia del corpo, mi regalava i buoni benzina che io mi rivendevo a 10 mila lire l'uno; Oreste Lionello era elegante in giacca e cravatta e recitava durante i pasti; Vincenzo Marinelli adora le seppie con gli stortini in brodo; Donatella Bianchi, di Linea blu, mi chiese il risotto; il prefetto Foti, allergico ai latticini, degustò le cozze ripiene con le mozzarelle. Il giorno dopo lo raggiunsi in ufficio trafelato e spaventato, temevo di averlo avvelenato, ma lui stava benissimo e mi accolse con un abbraccio. Sono andato più volte a Roma a cucinare per il direttore delle Generali e i suoi amici.

Cosa ricorda dei bombardamenti del 1943?

All'ora di pranzo mi trovavo nella scuola di Arti e Mestieri di via Teramo, le bombe scendevano e io corsi a rifugiarmi a casa, in via Gobetti. A Cappelle, dove sfollammo fino al 1945, racimolavo qualche soldo andando a portare vino e acqua ai contadini nei campi.

Perché dice di aver ricevuto l'aiuto di tante persone nel corso della vita?

Perché sono buono e non ho mai rubato.

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