Dal decennale del terremoto alle visite di Mattarella e Conte

Il racconto di un anno caratterizzato da tragedie in montagna e dai riconoscimenti dell’Unesco
Il 2019 se ne va e lascia spazio a un nuovo decennio. L’anno che oggi ci abbandona ha portato tragedie (basti pensare solo alle vittime della montagna delle ultime settimane), problemi occupazionali (tante le imprese piccole e grandi in difficoltà), processi che stentano a decollare su vicende che hanno segnato l’Abruzzo (per esempio Rigopiano) e anche un cambio politico alla guida della Regione. L’Unesco ha di recente riconosciuto come patrimonio immateriale dell’umanità tre “asset” che caratterizzano l’Abruzzo: Perdonanza, transumanza e alpinismo. È una opportunità, se verrà colta, per valorizzare le tante bellezze della regione.
La gran parte dei problemi è rimasta la stessa di un anno fa. E c’è soprattutto la questione terremoto. Spesso si dimentica che fra il 2009 e il 2017 quasi metà del territorio abruzzese è stato ferito dal sisma. All’Aquilano si è aggiunto il Teramano e le scosse per fortuna non distruttive non sono mancate nemmeno durante l’anno appena trascorso.
Il 2019 è stato l’anno del Decennale del terremoto dell’Aquila del 2009. C’erano grandi attese per un evento che avrebbe dovuto dare il giusto spazio al ricordo e riflettere su quanto fatto di buono, sugli errori e sulle mille contraddizioni che hanno costellato una ricostruzione lenta, faticosa ma che sta comunque andando avanti.
Le iniziative sono state tante e di soldi ne sono girati e ne stanno girando molti. È difficile però dire quale sia stato il momento in cui la città, tutta insieme, ha riflettuto su se stessa e sul suo futuro. Di certo il dolore, in tante persone, è riemerso dalle ferite mai chiuse completamente.
Le “carte” depositate fra Ufficio speciale, Comune e Genio Civile ci dicono che la ricostruzione privata (le case dei cittadini) va avanti abbastanza bene. Il centro storico dell’Aquila è “rifatto” per circa il 60 per cento. Se ci spostiamo nelle frazioni (che sono una sessantina) la percentuale crolla al 30 per cento o poco più (con differenze enormi fra borgo e borgo). Il vero buco nero è la ricostruzione pubblica: anche fra le mura storiche ben poco è stato rifatto.
Le “previsioni” ci dicono che al massimo entro il 2028-2030 tutti i cantieri saranno chiusi e i danni materiali del sisma saranno sanati. Qui però nasce una nuova domanda. Che città sarà L’Aquila (con i paesi del circondario) dal punto di vista sociale, economico, identitario? Tornerà a essere una comunità o avremo uno “spezzatino” difficile da ricomporre? C’è stata la corsa a rifare le case, a ricostituire la rendita immobiliare (centrale nell’economia cittadina, basti vedere oggi le decine di cartelli “vendesi” e “affittasi” che spuntano a ogni angolo).
Tutto questo, però, rischia di lasciare, a ricostruzione avvenuta, una città bella ma semivuota e fantasma di se stessa. Il capoluogo d’Abruzzo il 5 aprile 2009 mancava di un solido tessuto industriale (il cosiddetto Polo elettronico che per quasi 30 anni aveva dato sostegno a migliaia di famiglie era già svanito). Le aziende con più occupati erano – e sono – quelle farmaceutiche.
Negli ultimi 10 anni l’unica vera novità è stato il Gssi (Gran Sasso Science Institute) una fucìna di scienziati che ben si collega con l’Università (altro assett fondamentale dell’economia cittadina), con i laboratori di fisica nucleare nelle viscere del Gran Sasso e con alcune aziende ad alta tecnologia.
Nuovo vero lavoro non è arrivato e i call center rappresentano ancora l’unico sbocco occupazionale per tanti giovani. L’anno del Decennale è passato ma gli interrogativi sul futuro invece di diminuire si sono moltiplicati. Il 2020 sarà un anno importante per delineare le strategie di una rinascita non solo materiale ma anche socio economica.
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