Dall’Abruzzo ad Aosta, in trincea a 65 anni

20 Aprile 2020

Caruso, medico di Francavilla in pensione, lavora in una Rsa e in un convento di suore: lo Stato chiama, giusto rispondere

FRANCAVILLA. Quasi si meraviglia. Fatica a capire l’interesse di chi ascolta la sua storia, un misto di solidarietà e senso del dovere. Marco Caruso è un medico di base in pensione, di Francavilla, che ha risposto all’appello del governo in piena emergenza coronavirus, quando il sistema sanitario al nord era in sofferenza. Lo Stato chiama e il dottor Caruso, 65 anni, sposato e padre di due figli, risponde. Ora è in servizio ad Aosta con un incarico, per ora, di tre settimane.
LA STORIA. «Ero davanti alla televisione la sera in cui il ministro Francesco Boccia, al fianco del dottor Angelo Borrelli, capo della Protezione civile, ha annunciato l’esistenza di un bando per reperire 300 medici pronti ad andare a lavorare nelle località del nord in difficoltà», racconta al telefono, «in maniera istintiva mi sono detto che bisognava fare qualcosa. E così la notte stessa ho compilato la domanda online. Poi, qualche giorno dopo, è uscita la notizia che avevano risposto in ottomila e mi sono detto che di certo avrebbero chiamato medici giovani, non il sottoscritto». E, invece, a distanza di giorni è arrivata la telefonata. «Esattamente il 5 aprile», prosegue nel racconto il dottor Caruso, originario di Carunchio, nell’Alto Vastese, «mi hanno chiesto se ero ancora disponibile e ho risposto affermativamente. Senza esitazione. L’8 aprile ci siamo incontrati a Roma, c’erano tanti volontari. E il giorno dopo siamo partiti dall’aeroporto di Pratica di Mare per Linate. Da lì ognuno per la propria destinazione».
LA PAURA. Caruso è ad Aosta. E presta servizio in una Rsa dove ci sono 16 anziani positivi e in un convento di suore di San Giuseppe dove ci sono 12 sorelle positive. Giornate dense di lavoro. «Al mattino facciamo colazione in camera, siamo piuttosto isolati. E a pranzo e a cena ci danno dei pasti freddi. Ci hanno alloggiato in un hotel in centro. Mi trovo bene, c’è poco tempo per pensare». Convive con la paura di infettarsi. «Certo, senza paura si fanno stupidaggini. Bisogna stare attenti. Siamo bardati, c’è un protocollo da seguire. A volte prude il naso e devo evitare di portarci la mano per grattarlo. La paura è positiva se non si tramuta in terrore». Il rapporto con i pazienti? «I casi non sono molto gravi, fortunatamente, ma c’è bisogno di pazienza. E delle parole giuste. Finora, nonostante l’età media alta dei pazienti, uno solo ha avuto bisogno di essere trasferito in ospedale. Cerchiamo di aiutarli con l’ossigeno e con gli antibiotici, secondo un protocollo medico. Ogni volta che lasciamo il convento, le suore ci garantiscono che pregheranno per noi. È un’esperienza che mi arricchisce. Anche a 65 anni si può imparare qualcosa nel rapporto umano». I medici rischiano al fronte, sono tanti quelli morti. «Sì, ma io penso che sia un dovere da cittadino e da medico rispondere alla chiamata di chi ha bisogno. Tutto questo clamore lo capisco fino a un certo punto».
LA FAMIGLIA. I suoi che cosa le hanno detto? «Mia moglie ha appoggiato la scelta. I miei figli, Giulia e Andrea, invece all’inizio erano un po’ scettici. Meno convinti. Ora, però, cominciano ad apprezzare. Le dico la verità, spero che il mio gesto sia di esempio anche per loro. Nella vita c’è bisogno di buoni esempi. Io ho fatto solo il mio dovere, ma se serve anche da esempio per gli altri ben venga». I medici in missione percepiscono una diaria. «Inizialmente nemmeno lo sapevo. Ce l’hanno detto a Roma quando ci hanno illustrato le linee guida della missione. Però, non c’è diaria che regga: il volontariato è volontariato».
@roccocoletti1. ©RIPRODUZIONE RISERVATA