Dall’Aquila a Pescara per il sisma: ritrovata la tranquillità perduta

L’aquilano Marco Ettorre ha lasciato la città d’origine con la moglie e la bambina di pochi mesi: «È stato difficile, siamo ripartiti da zero, i pescaresi sono ospitali. Tornare? Mia figlia direbbe di no»
PESCARA. La città dove è nato e dove ha vissuto per 37 anni, Marco Ettorre la sogna spesso. Ma nei suoi sogni L’Aquila non è una città trafitta da travi e impalcature. E non è nemmeno la città vivace di prima del terremoto. È una città nuova, ricostruita, in cui è possibile rifarsi una vita senza più l’incubo delle scosse che ti costringono a fuggire in piena notte.
Sono passati dieci anni dal sisma del 6 aprile 2009, e qualcuno di meno da quando Marco, assieme a sua moglie Maria Teresa e a sua figlia Domitilla, si è trasferito in pianta stabile a Pescara ricominciando da zero e recuperando giorno dopo giorno la normalità. La famiglia Ettorre è una delle tante che ha lasciato L’Aquila e non è più tornata, se non per una gita domenicale. L’attività di famiglia è stata chiusa e la loro casa sull’altopiano di Navelli è ancora inagibile. Ma oggi Marco e Maria Teresa hanno una figlia che frequenta la quarta elementare a Pescara. La piccola Domitilla del terremoto ne ha sentito parlare soltanto dal racconto dei genitori e dai libri di scuola.
Come sono stati per voi questi dieci anni?
Difficili, abbiamo rinunciato a tutto pur di assicurare un futuro più tranquillo a nostra figlia. Abbiamo lasciato il lavoro e i nostri contratti pur di fuggire da una situazione di terrore che continuavamo a vivere a causa delle scosse che si ripetevano. Il brutto del terremoto non è quell’unico giorno, ma è tutto ciò che arriva dopo. Chi è rimasto all’Aquila nelle tende è un eroe, i morti sono angeli. Noi invece non ce l’abbiamo fatta e siamo scappati due volte in piena notte.
Perché avete scelto di trasferirvi a Pescara?
Siamo legati a questa città perché qui io e mia moglie ci incontravamo sempre da fidanzati. Ci vedevamo a metà strada perché lei è di Campobasso e io dell’Aquila. A Pescara ci siamo trasferiti definitivamente nell’ottobre 2011. All’inizio siamo stati a Campobasso, dove avevamo già una casa e dove siamo stati dal 7 aprile 2009, quando siamo fuggiti dall’Aquila in piena notte, con mia moglie incinta di due mesi. Una volta nata Domitilla abbiamo provato a ritornare all’Aquila, ma le continue scosse ci hanno costretti ad andare via di nuovo. Eravamo esasperati: o ci ammalavamo oppure trovavamo un’alternativa di vita.
Come vi ha accolto Pescara?
Benissimo, la gente è ospitale e ha una mentalità aperta. Poi siamo stati anche noi a porci nei modi giusti, entrando in punta di piedi e cercando di fare il possibile per ambientarci. Abbiamo fatto una serie di lavori completamente al di fuori della nostra vita di prima. All’Aquila lavoravo nel campo immobiliare, ma a Pescara ho fatto prima il cameriere e poi sono entrato in un call center. La stessa cosa ha fatto mia moglie, che aveva un contratto stabile come responsabile di uno showroom. Siamo partiti da zero e ci siamo rifatti una vita. Oggi lavoriamo entrambi, non ci lamentiamo.
Che cosa vi piace di più di Pescara?
La bellezza di fare una passeggiata in centro, sul lungomare o in spiaggia senza l’incubo delle scosse o senza dover vedere gru e impalcature. Pescara è bella perché è una città molto attiva tra concerti, eventi, manifestazione e attività culturali. Quando siamo andati via non cercavamo grandi cose, ma soltanto una vita più tranquilla. Volevamo la normalità e qui l’abbiamo trovata.
L’Aquila vi manca?
Ci è sempre mancata, nonostante la paura del terremoto e la normalità acquisita. L’Aquila la sogno sempre, ma non terremotata, sogno una città ricostruita con la nostra casa sull’altopiano di Navelli completamente ristrutturata. L’Aquila ci ha lasciato nel cuore un segno profondo, non lo penso solo io che ci ho vissuto 37 anni, ma anche mia moglie che è rimasta solo 3 anni. Chi ha vissuto il Natale, quelle viuzze con le luci soffuse e le casette caratteristiche, non dimentica. La vita lì era qualitativamente buona e il reddito pro capite medio-alto.
Lascereste Pescara per tornare all’Aquila?
Oggi sappiamo che non è fattibile tornare e d’altronde nostra figlia sarebbe restia. Siamo fuggiti per cercare la normalità, per inserire nostra figlia in un asilo. Lo abbiamo fatto soprattutto per assicurarle un futuro non dico migliore, ma tranquillo.
Cosa le raccontate del terremoto?
A Domitilla diciamo che dobbiamo ringraziare Dio che siamo vivi e che siamo qui a raccontarlo, ma soprattutto che abbiamo avuto lei, la nostra prima conquista post terremoto. Oggi il terremoto è tra gli argomenti che si studiano a scuola, ma lei ne ha già preso coscienza dai nostri racconti. Ogni tanto, ma proprio ogni tanto, la portiamo all’Aquila e le facciamo vedere dove vivevamo prima del sisma, le mostriamo le chiese di San Bernardino e di Collemaggio dove andiamo per rinfrancarci lo spirito.

