Dall’avvocato all’operaio sconcerto e molti dubbi

21 Febbraio 2017

Navarra: una scissione sarebbe una sconfitta per tutti. Carafa: ragioni pretestuose Di Vincenzo: il rischio è di indebolire il Paese. Marzola: il partito non fa più cose di sinistra

L'AQUILA. Scissione sì, scissione no. Il popolo degli elettori abruzzesi del Pd è disorientato di fronte all'ipotesi di una frattura che per qualcuno evoca il passato, quello che vide la fine del Pci, vissuto con sofferenza da molti militanti.

Soltanto che quella a cavallo tra il 1989 e il 1991 non fu un divorzio vero e proprio, quanto la conclusione di una trasformazione arrivata dopo la fine del comunismo sovietico e la caduta del muro di Berlino, con l'avvio per il Pci italiano. La paventata scissione oggi non piace agli elettori del Pd: scindere vuol dire indebolire il Paese.

IL DIRETTORE DEL PARCO. Lo dice con rammarico il direttore del Parco nazionale del Gran Sasso, Tommaso Navarra, avvocato teramano, «non tesserato» ma, comunque, da sempre vicino alla sinistra, che ha ancora il ricordo del disorientamento del nonno ex partigiano, di fronte alla fine del Pci. «Ho il massimo rispetto per la vicenda interna di un partito al quale non sono iscritto; tuttavia, visto dall'esterno, è indubbio che una scissione è una sconfitta per tutti. Se frattura sarà, la società sarà magari più ricca di partiti, ma più povera di anime». «Mio nonno non si iscrisse più ad alcun partito», racconta, «conservo ancora il biglietto che scrisse ai suoi compagni, in cui parlava di una sconfitta storica del movimento operaio».

L'EX SINDACALISTA. Da ex direttore del patronato Inca-Cgil dell'Aquila, oggi in pensione, Daniele Selli, «il percorso verso la nascita di un nuovo gruppo parlamentare sarà un danno al Paese. Siamo di fronte a uno sbandamento totale della base elettorale. Le divisioni sono sempre il presupposto per un indebolimento. Si dovrebbe andare avanti uniti, risolvere i problemi del Paese, dall'occupazione giovanile al lavoro, sino ai problemi sociali, la tassazione troppo alta, la ricostruzione dei territorio colpiti dal sisma, la scuola».

LA GIOVANE AVVOCATA. Alessandra Carafa, abilitata alla professione di avvocata e dipendente di una società privata, punta il dito contro il protagonismo e l'incapacità a fare un passo indietro delle vecchie guardie del Pd. «Le motivazioni del gruppo che vuole scindersi sono contraddittorie, come lo è la loro linea politica. Matteo Renzi può fare molto per il Paese. Il problema è che al suo interno il partito è ostacolato da forze politiche ed economiche vicine al nucleo fondativo del Pd, e che stanno mettendo Renzi con le spalle al muro. Le ragioni di Speranza e Bersani sono pretestuose», prosegue la professionista, «si sono già messi alla prova per governare l'Italia e il loro lavoro non ha dato buoni frutti. Già alle ultime elezioni Pierluigi Bersani ha dimostrato la sua debolezza come figura politica, nel momento in cui si è sottomesso al gioco dello streaming con il M5s. Renzi, invece, ha sempre governato i processi e questo non ha incontrato i il gradimento della parte Pd a lui più avversa».

L'INGEGNERE. Occorreva preparare una classe dirigente in grado di «raccogliere il testimone» e proseguire l'azione politica e governativa del Pd secondo l'ingegnere di Avezzano Bruno Gambelunghe. «In un momento come questo credo che il partito principale di Governo debba occuparsi del Paese e non di beghe interne dovute a una lotta intestina tra chi guida il partito e di chi vuole posti in Parlamento. I dirigenti, come Massimo D'Alema, che hanno guidato il partito e sono stati abituati a stare al centro del dibattito politico, non sono capaci ora di lasciare in parte le redini».

L'OPERAIO. Da dentro la fabbrica di semiconduttori Smic-LFoundry di Avezzano l'operaio tornimpartese Antonio Marzola ritiene che «si debba eleggere un segretario del Pd riconoscibile all'interno dell'anima di centro-sinistra. Il partito non fa più “cose di sinistra'”, ad esempio non tutela la classe operaia, non s’interviene sulle pensioni. Renzi ha fatto sinora il gioco dei potenti, ma dividere il partito indebolirebbe il Paese».

IL VOLONTARIO. Secondo Gianvito Pappalepore, vicepresidente del Centro servizi del volontariato dell'Aquila, «la scissione dev'essere evitata per il bene di alcune riforme: penso, ad esempio, a quella del terzo settore, che è importantissima per lo Stato sociale, che è in attesa dei decreti attuativi».

L'IMPRENDITORE. Nel Paese c'è bisogno di stabilità e riforme per l'imprenditore pescarese Roberto Di Vincenzo. «La frattura nel Pd è un epilogo che indebolirebbe non solo il partito, ma il Paese, che non ha bisogno di stare dietro a questioni di piccola lega, bensì di riforme. Alcune sono partite e rischierebbero di restare a metà, come quella delle Provincie e delle Camere di commercio. Una scissione, inoltre, farebbe perdere all'Italia la sua capacità di contrattazione con l'Europa».

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