Dati choc: la nostra regione è la più colpita

13 Agosto 2018

Teramo e Pescara al 2° e 3° posto in Italia con una spesa pro capite di 2.472 e 2.429 euro nel 2017

PESCARA. Abruzzo maglia nera nel gioco d’azzardo. Nella classifica che misura la spesa pro-capite per gratta e vinci, lotterie e giochi online, calcolata su base provinciale, nelle prime dieci posizioni sono ben tre le province abruzzesi: Teramo, Pescara e L'Aquila. E due di esse – Teramo e Pescara – occupano il secondo e il terzo posto in Italia. È quanto emerge da alcuni dati forniti dai Monopoli di Stato, rielaborati da Maurizio Fiasco, presidente di Alea (Associazione per lo studio del gioco d’azzardo). Un report dal quale viene fuori un quadro allarmante, a cominciare dalla crescita abnorme che il settore ha conosciuto in dieci anni, lasso di tempo in cui ha quintuplicato il proprio giro d’affari. Da questa montagna di soldi lo Stato incassa, sotto forma di tasse, cifre ridicole. Nel 2017, in Italia, il consumo di giochi d’azzardo è stato di 101,85 miliardi di euro, con una spesa pro capite media di 1.897 euro. La maggior parte di questi soldi (75%) è stata inghiottita da giochi “fisici” come gratta e vinci, lotterie, slot machine. Il resto (25%) è andato a finire nell’online. Rispetto al 2016 c’è stato un aumento del 6%, ma quello che più impressiona è l’esplosione del fenomeno rispetto a dieci anni fa: +142% sul 2007, anno in cui gli italiani spesero 24,7 miliardi di euro: 721 euro pro capite.
L’Abruzzo detiene un triste primato: è la Regione più presente nella top ten delle province in cui si gioca di più. Teramo e Pescara sono addirittura al secondo e terzo posto assoluti – dietro Prato (prima con 3.796 euro) – con, rispettivamente, 2.472 e 2.429 euro. La provincia dell’Aquila è un po’ più indietro, al decimo posto, con 2.204 euro, ma è prima per numero di slot machine in rapporto alla popolazione. E mentre, in questi anni, il monte giocate aumentava, gli incassi dell’erario diminuivano di un terzo. Basti un dato, quello dei giochi online: su 27 miliardi spesi da 4 milioni di giocatori nel 2017, allo Stato ne sono andati a finire appena 304mila 673. L’1,13%. E questa è solo una media, perché ci sono anche casi in cui la quota dell’erario può ridursi al 2 per mille. Nel 2004 il settore era tassato al 29,44%. Nel 2017 al 9,63%. La febbre del gioco ha contribuito anche a rosicchiare il risparmio degli italiani, passato dall’8,5% al 7,8%. E ai giochi legali vanno aggiunti anche quelli illegali, in mano per lo più alla criminalità organizzata.
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