David Leavitt: anche gli Usa tentennarono nell’accogliere
Una storia d'amore di due americani da anni residenti a Parigi, che nel 1940 mentre si allungano le ombre sull’Europa si vedono costretti a lasciare la Francia e a rifugiarsi a Lisbona in attesa di...
Una storia d'amore di due americani da anni residenti a Parigi, che nel 1940 mentre si allungano le ombre sull’Europa si vedono costretti a lasciare la Francia e a rifugiarsi a Lisbona in attesa di imbarcarsi sulla Manhattan, la nave destinata a rimpatriare i cittadini statunitensi in fuga dalla guerra e dalla follia di Hitler: è "I due hotel Francfort" (Mondadori), ultimo romanzo di David Leavitt, uno dei grandi scrittori americani della generazione dei cinquanta-sessantenni (quella di Jonathan Franzen, Michael Cunningham, Elizabeth Strout), segnalato dal New York Times come uno tra i titoli migliori del 2013, l'anno in cui uscì negli Stati Uniti.
Attesissimo, Leavitt, che a soli 23 scrisse i racconti di "Ballo di famiglia" torna in libreria con una storia d'amore che racconta anche un delicato periodo storico del nostro continente, con inevitabili parallelismi fra i rifugiati di allora e quello di oggi “Problema chiave di questo e del secolo scorso”, afferma Leavitt cresciuto negli Stati Uniti in una famiglia con la tradizione della fuga (i nonni contadini scapparono dalla Lituania per salvarsi dai pogrom e dalla coscrizione). Certo, allora migravano dall'Europa verso l'America perché oggetto di persecuzioni (erano ebrei, o intellettuali che si erano esposti contro il regime nazista) ma gli Stati Uniti erano riluttanti ad accoglierli, pareva che andassero a rubare il lavoro e dunque rilasciavano meno visti possibili. Anche oggi chi sta a destra dice che vanno respinti perché non c'è occupazione…».
Il prossimo libro («non un romanzo») di Leavitt, che si sofferma a lungo, con i giornalisti, sulla sua predilezione per il passato unirà autobiografia e storia in un racconto della California (è cresciuto a Palo Alto) e della Silicon Valley che dai primi del '900 porterà al presente.
Cristina Savi

