«David è morto come ha vissuto: per le sue passioni»

Il ricordo dei campioni della pallanuoto, a cui era legatissimo D’Altrui: aveva rimandato il viaggio in Australia, che sfortuna
PESCARA. Ha vissuto il mare, la montagna e la vita in tutte le declinazioni, guidato da una passione che non lo faceva stare fermo. Mai. Solo uno sgambetto del destino poteva farlo cadere, e così è stato. Perché domenica , quando è morto dopo essere arrivato a duemila metri sul Gran Sasso, David Remigio doveva essere in Australia, a perfezionare il suo inglese e ad esibirsi con gli squali, dopo il brevetto che, primo in Italia, aveva preso meno di un mese fa alla Shark Academy delle Bahamas. Ma la scorsa settimana aveva spostato il volo per l’Australia a mercoledì, domani, perché proprio di ritorno dai Caribe gli avevano perso il borsone con tutta l’attrezzatura e aveva deciso, in attesa del bagaglio, di rimandare il viaggio che l’avrebbe tenuto lontano dall’Italia per alcuni mesi.
«Mi era venuto a trovare alle Naiadi la scorsa settimana», racconta addolorato Marco D’Altrui, allenatore della Pescara pallanuoto e medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1992, «per farmi vedere i filmati con gli squali. Eravamo andati insieme anche al porto turistico, a sistemare il suo gommone prima che partisse. Poi non l’ho sentito più. Quante pescate insieme. E casa sua.. ci trovavi di tutto, scarponi da sci bombole da sub, mute, vele. Perché amava il mare quanto la montagna, le frontiere aperte, la libertà. Ma non era uno spericolato, i rischi li calcolava e anche domenica, in montagna, è andato con una persona esperta. Si è trattato di sfortuna. Se andava mezz’ora prima o mezz’ora dopo, non succedeva. E pure se partiva, non succedeva. Ci si è messa la sfortuna».
David che a 43 anni faceva l’assicuratore dell’Assimedica ma in quell’ufficio di via Monte Faito, nella zona dell’ospedale ci stava stretto, aveva investito tutto sulle sue passioni con cui aveva dato vita alla Passion school, la scuola con cui offriva corsi di snowboard e telemark d’inverno, a Roccaraso e a Passo Lanciano, e di nuoto, sub e windsurf al mare d’estate. «Il sogno di fare diving non l’abbiamo realizzato», dice D’Altrui, «ma lui teneva tanto al progetto di portare in acqua i disabili».
Istruttore di nuoto e di windsurf prima al Tre Palme dell’amico fraterno Stefano Moretti, a Montesilvano, e poi al Tortuga di Marco Mattucci, dove aveva tanti gruppi di bambini, David Remigio ha sempre frequentato l’ambiente della pallanuoto e delle Naiadi, dove la notizia della tragedia ha lasciato tutti addolorati. «Una ne pensava e mille ne faceva», racconta da Roma, un’altra bandiera della pallanuoto pescarese, Alessandro Calcaterra, «nei miei otto anni a Pescara ne abbiamo fatte tantissime insieme, mi ricordo un Ferragosto, usciti un po’ euforici da un pranzo a Roccaraso, che ci mettemmo a ballare sopra il cofano della macchina di suo padre, c’era anche Enrico Mammarella. Gli volevo bene». Si commuove anche un altro campione della pallanuoto, Andrea Papa: «David è stato il primo istruttore che ho preso, 25 anni fa, quando ho aperto la scuola di windsurf. Ha avuto una vita gioiosa, esuberante, molto libera ed è finita in un modo che lui aveva sicuramente preventivato, sapendo di affrontare la natura. Questa tragedia rispecchia fino in fondo il modo in cui ha vissuto David: velocemente, riempendo i suoi 43 anni di tantissime cose, delle sue passioni».
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