De Carlo, il chirurgo che ama l’Africa

9 Giugno 2019

A 36 anni volontario in Etiopia nei villaggi più poveri del mondo. Il medico lancia un appello: c’è bisogno di farmaci

PESCARA . Sveglia alle 7, alle 8 già in ospedale a operare pazienti fino a sera. Sempre che non si verifichi un’emergenza. Intorno, l’Altopiano Etiopico del Tigrai, che si trova a un’altitudine compresa fra 1.500 e 2.500 metri, montagne disperate come l’Amba Alagi, le chiese scavate nelle rocce aride, e i villaggi fra i più poveri del Pianeta. È qui che si trova l’Hewo Hospital di Quihà, dove Andrea De Carlo, medico 36enne di Chieti, presta la sua opera assieme ad altri volontari del gruppo Abruzzo-Molise dell’associazione Lazio Chirurgia Solidale. Responsabile è il dottor Carlo Pietrantuono. Nella sua vita normale Andrea è uno dei medici responsabili del servizio otorinolaringoiatrico delle cliniche Synergo. Poi, c’è quella spinta verso il prossimo, quando per prossimo s’intende chi è davvero ai margini di tutto, nonostante le risorse naturali che in quella parte di mondo non mancano a cominciare dai quarzi auriferi e i marmi.
E così, quando serve e quando può, fa le valigie e parte per l’Etiopia.
MAL D’AFRICA. Il primo viaggio in Etiopia, che fa ancora i conti con i resti di quella che fu l’avventura coloniale italiana, risale al 2015. Poi è arrivato il mal d’Africa. «Il primo impatto», racconta, «è stato abbastanza difficile. Per fortuna ero con il mio gruppo e non mi sono sentito solo. Poi pensi, e realizzi perché sei in quel posto, perché ci sei andato. Certo, occorre una grande capacità di adattamento».
Ogni volta Andrea e il suo gruppo, formato dai medici Tommaso Iocca, Pino Cofelice, Valeska Di Renzo, Luciano Greco, e da Assunta Colangelo, Maria Testa, Adriana Iacovino, e Luigia Fusco, cercano di portare tutto quello che può servire per aiutare i più poveri fra i poveri.
L’APPELLO. «Abbiamo bisogno di tante cose, ma soprattutto di farmaci», dice il medico, «e fra questi, in particolare, servono quelli per curare le patologie tiroidee, molto diffuse in quella regione». I farmaci che servono sono soprattutto quelli a base di Levotiroxina (si usa per i casi di ipotiroidismo), Tiamazolo (terapia medica dell'ipertiroidismo), Atenololo (trattamento dell’ipertensione, dell’angina e altri problemi cardiaci). Chi volesse contribuire può scrivere direttamente all’indirizzo mail andrea.decarlo@hotmail.it, oppure contattare l’associazione Lazio Chirurgia Solidale (https://www.laziochirurgiasolidale.com). Sulla home page del sito sono presenti tutti i link e le indicazioni (comprese quelle per chi volesse diventare volontario), per dare una mano, anche attraverso un sostegno economico. «Tutte le donazioni», spiega ancora Andrea De Carlo, «vengono trasferite all’ospedale che rilascia sempre una ricevuta che testimonia l’impiego delle somme ricevute». I fondi provengono esclusivamente da donazioni private dei singoli soci o di amici e sostenitori. Il 95% è speso nei progetti. Il resto per gli adempimenti fiscali e doganali.
IN OSPEDALE. La cura delle patologie tiroidee non è l’unica attività che svolgono medici e infermieri volontari nell’ospedale. Gran parte del loro tempo, infatti, è occupato da interventi chirurgici, al ritmo di circa quindici al giorno, ogni giorno. Agli interventi si aggiunge il via vai delle visite mediche, che quotidianamente sono circa 50. Di recente, spiega ancora il dottor De Carlo, è stato realizzato anche un laboratorio analisi, attraverso il quale vengono eseguiti molti test. Nella regione, purtroppo, è molto diffusa l’Aids, e solo pochi pazienti hanno accesso alle cure antiretrovirali, le uniche attualmente in grado di garantire ai malati una qualità della vita accettabile.
LA CASA DELLE DONNE. Una situazione particolarmente difficile è quella vissuta dalle donne, spesso sole perché vedove, oppure abbandonate dai mariti, espulse dal tessuto sociale e produttivo perché anche malate, dopo essere state contagiate da partner violenti che alla prima gravidanza non hanno esitato a lasciarle. In Etiopia solo il 38% delle donne ha un lavoro retribuito, e il 23% delle bambine tra 0 e 14 anni subisce ancora mutilazioni genitali. Il 68% di loro ritiene sia normale essere picchiate dagli uomini. Per le donne l’associazione ha pensato a un progetto per aiutarle, sia all’arrivo in ospedale, sia all’uscita, affinché possano pensare a un percorso di reinserimento.
FERENJI. In amarico, la lingua ufficiale dell’Etiopia, significa straniero. «Ed è il termine con il quale», racconta ancora il dottor De Carlo, «soprattutto i bambini, ci chiamano». Qualche situazione di pericolo c’è stata, in passato. «Mai girare da soli», dice, «serve una guida fidata che conosca bene il posto». E alla domanda se c’è un episodio che in questi l’ha colpito in modo particolare risponde: «Stavamo tornando da un villaggio. Ero sui sedili posteriori di un Land Cruiser e lanciavamo caramelle ai bambini. Loro le raccoglievano felici, e ci sorridevano. Era il loro modo per ringraziarci».
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