De Nicola, venti società tra affari, fallimenti e debiti

Finanza e procura ricostruiscono le proprietà del grande debitore di Carichieti «I guadagni ottenuti non pagando le tasse e i creditori reinvestiti in immobili»
PESCARA. Sono più di 20 le società che ruotano intorno a Carmine De Nicola, l’imprenditore pescarese di 70 anni accusato di bancarotta fraudolenta e truffa in un’inchiesta che conta altri 22 indagati. E De Nicola, patron di scuole private, case di cura e società immobiliari, è anche uno dei tre «principali» debitori della banca Carichieti con una sofferenza che si avvicina ai 50 milioni di euro: un buco enorme che ha spinto l’istituto di credito in uno scandalo nazionale insieme a Banca Etruria e a Banca Marche.
L’impero di De Nicola sembra attraversare una fase di decadenza: sono già 5 le sue aziende dichiarate fallite e l’ultimo fallimento, quello della società Policlinico dell’Eccellenza Santa Maria de Criptis, racconta della scalata senza soldi a Villa Pini, la casa di cura di Chieti che vale un budget di circa 26 milioni di euro all’anno di fondi regionali: nel 2013 la Santa Maria de Criptis partecipò all’asta per Villa Pini, presentò l’offerta più alta da 31 milioni e 50 mila euro beffando i big della sanità privata abruzzese, ma poi De Nicola non si presentò alla stipula dell’atto di compravendita e non versò la cifra. Villa Pini finì, quindi, alla cordata Santa Camilla.
Dall’indagine della finanza, coordinata dal procuratore aggiunto Cristina Tedeschini e dalla pm Anna Rita Mantini, emerge un comportamento spregiudicato di De Nicola definito «promotore, costitutore e principale organizzatore del gruppo criminale»: è a lui che fa riferimento un lungo elenco di società che parte dalle cooperative di servizi e dalle imprese turistiche, passa dalle scuole private e arriva fino alle case di riposo, alle cliniche private e, infine, alle società immobiliari. E secondo gli inquirenti che scavano negli affari di De Nicola a partire dal 2012, sono proprio le società immobiliari l’ultimo anello della catena dei guadagni: le somme che l’accusa considera «indebitamente acquisite», con i fallimenti pilotati e non pagando le tasse e l’Inps, sarebbero state reinvestite per aumentarne i patrimoni: quasi 2 milioni di euro per la Sicof/Opera, circa 13 milioni con la Smc e la Medigest, altri 755 mila con Saninvest. Operazioni, dice l’accusa, che hanno «lasciato il ceto creditorio, pubblico e privato, privo di qualsiasi possibilità di recupero». Il gradino più basso della scala è rappresentato dalle cooperative: «Cooperative fittizie», sostiene l’accusa, «prive di reale e autonoma organizzazione, destinate a rappresentare un apparente soggetto economico nei confronti dell’erario, dell’Inps e dei terzi». A salire, ecco le srl che, per l’accusa, sono il mezzo usato per «reimpiegare le ingenti risorse di liquidità illecitamente accumulate in altre società attive nel settore immobiliare». Secondo l’accusa, la mente delle operazioni societarie sarebbe un commercialista pescarese, Andrea Di Prinzio. Dalle coop alle società immobiliari: e il cerchio sarebbe chiuso qui, se non fosse per la fila di creditori. Come le banche, a partire dalla Carichieti: gli ispettori della Banca d’Italia, in merito all’esposizione di De Nicola nei confronti dell’istituto, hanno parlato di rapporti mai «riesaminati», «reiterati inadempimenti» e «incapienza delle garanzie acquisite». Cioè scadenze non rispettate e troppo poche garanzie a fronte di crediti sempre più ingenti.
Parallelamente, nelle carte dell’indagine, si parla anche di due casi di presunto ricorso abusivo al credito (con la Banca del Fucino) attraverso un giro di fatture false per ottenere prestiti per 260 mila euro.
Della Carichieti, invece, si parla in un passaggio dedicato alla Sicof e i numeri danno l’idea dello stato di sofferenza: De Nicola e Antonio Di Ianni, il suo più stretto collaboratore, originario di Lucera e residente a Francavilla, sono accusati di aver distratto oltre 14 milioni di euro della Sicof ottenuti tra il 2007 e il 2008 dalla Carichieti, prima con contratto di apertura di credito e poi come mutuo bancario ipotecario.
Tra i capi di imputazione, ce n’è anche uno su presunte perizie gonfiate per chiudere un concordato preventivo: secondo gli atti d’indagine, un immobile a Francavilla e altri due a Chieti, stimati in 1,7 milioni di euro dalla Carichieti, sono stati poi sopravvalutati fino a 4,2 milioni.
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