Delitto Albi, nelle ultime chat la trappola di Ursino alla vittima

L’ultimo messaggio del calabrese, ritenuto il mandante dell’omicidio, alle 16.58 del 1° agosto 2022 «Questi sono cash per il geometra, spero di non fare un viaggio a vuoto». Ma al suo posto andò il killer
PESCARA. L’udienza di ieri davanti ai giudici della Corte d’Assise di Chieti è stata imperniata quasi esclusivamente sulla posizione dell’imputato Natale Ursino, il calabrese ritenuto il mandante dell’omicidio dell’architetto pescarese Walter Albi e del ferimento dell’ex calciatore Luca Cavallito. Sul banco degli imputati (anche se finora non si è mai presentato in aula) insieme al presunto killer Mimmo Nobile, e a Maurizio Longo, considerato il fiancheggiatore di Ursino e Nobile.
La pubblica accusa, rappresentata dal pm Andrea Di Giovanni, attraverso le testimonianze degli investigatori e del consulente informatico, ha ripercorso le numerose chat dei protagonisti della vicenda che si consumò il primo agosto del 2022 nel bar del Parco, dove il killer esplose otto colpi di pistola contro Albi e Cavallito, non riuscendo però a uccidere quest’ultimo che è diventato il testimone chiave contro Nobile per aver riconosciuto la sua voce mentre gli sparava.
Una montagna di dati snocciolati dai testi della squadra mobile: sim intestate a stranieri inesistenti, ma riconducibili a Ursino; celle telefoniche agganciate qua o là, insomma una meticolosa attività investigativa per far emergere il quadro di relazioni che intercorrevano fra le vittime e gli imputati, in particolare con Ursino. «Rapporti stretti di amicizia tra Cavallito e Nobile», ha detto il dirigente della mobile Gianluca Di Frischia che ieri ha ultimato la sua deposizione, «una convivenza quasi quotidiana che poi da novembre 2021 si interrompe. Più nessun contatto anche se si vedevano quotidianamente».
Il teste spiega alla Corte come i due arrivarono a litigare (per questione di soldi legati alla droga) e dal 18 giugno del 2022 non ebbero più contatti. Ma anche le chat di Cavallito ad Albi: «Sto combattendo da solo la guerra con lo Zio»; «Lo Zio è fuori di testa». Una minuziosa ricostruzione dei cellulari utilizzati da Ursino (sette intestati a persone inesistenti), per arrivare a quello che sembra essere il passaggio più critico che pone Ursino in una posizione molto delicata: il messaggio con foto di soldi che il calabrese manda ad Albi il primo agosto, giorno dell’omicidio, alle 16,58: «stiamo contando, questi sono cash per il geometra (come veniva chiamato Alby, mentre Ursino era “Lo Zio”, Cavallito “Il Lungo”, Nobile era “Ciccio”, Longo “Rocco” ndr), spero di non fare un viaggio a vuoto».
Un messaggio che precede quello in cui Ursino annuncia ad Albi e Cavallito, che erano al bar ad aspettarlo, che era in arrivo mentre in effetti il suo telefono risultava a Roma. Un appuntamento esca: Ursino si sarebbe dovuto presentare con un uomo che avrebbe portato oro e gioielli che dovevano servire anche per monetizzare la somma che serviva ad Albi per concludere quel fantomatico quanto inesistente affare londinese che gli avrebbe fruttato 9 milioni di euro. Un appuntamento al quale Ursino non sarebbe mai andato mentre invece ci andò il killer, individuato dall’inchiesta in Mimmo Nobile.
Dalle intercettazioni (la cui trascrizione è stata depositata dal consulente Matteo Fasciani che ieri ha deposto in aula), non ci sarebbero però questioni interessanti ai fini del processo, ma solo litigi tra Ursino e la sua compagna, soprattutto per gelosia.
Ora i riflettori vengono puntati sulla deposizione di Luca Cavallito programmata per il 26 settembre: una testimonianza di vitale importanza per gli imputati e soprattutto per Nobile. «Vorrei precisare», ha detto a margine dell’udienza l’avvocato Cesare Placanica che assiste Ursino, «che Cavallito non è un testimone, ma un imputato di un delitto connesso (il riferimento è al traffico di droga di cui si è autoaccusato negli interrogatori, ndc), con tutte le conseguenze previste dalla legge sulla attendibilità. Vediamo cosa dirà».
E anche sull’andamento dell’udienza il legale è stato lapidario in riferimento alle utenze “nascoste” del calabrese e sui presunti crediti (addirittura di 600 mila euro per una partita di cocaina dall’Ecuador), movente del delitto: «Per verità anche queste sono supposizioni, peraltro già presenti in atti: l’unico dato che è sembrato certo sotto un profilo economico è quel credito di 9mila euro, che onestamente mi sembra un po’ poco per decretare la morte di un uomo».

