Destinati all’infelicità i figli schiacciati da genitori egoisti

di Lalla D’Ignazio Adulti depressi, ipercontrollati, con bassa autostima, basso “calore” umano e relazioni conflittuali o comunque problematiche, psicologicamente stressati, ansiosi e incapaci di...
di Lalla D’Ignazio
Adulti depressi, ipercontrollati, con bassa autostima, basso “calore” umano e relazioni conflittuali o comunque problematiche, psicologicamente stressati, ansiosi e incapaci di condividere emozioni e bisogni, anaffettivi. In una parola: infelici. Una infelicità strisciante e che accompagna vite intere che nasce e si radica troppo spesso in una infanzia o in una adolescenza segnate da rapporti profondamente sbagliati che i genitori instaurano con il figlio. Un problema già evidente e in crescita oggi tra giovani donne e giovani uomini e che, se non affrontato correttamente e per tempo, rischia di minare, di certo imbruttire, le esistenze di una fetta importante delle nuove generazioni. Un problema che emerge nella sua drammaticità nelle ricorrenti situazioni di “esplosione” della famiglia, ovvero nei casi di separazioni e divorzi di genitori conflittuali, ma che può esistere anche tra le coppie invece “implose” e con figli, che a dividersi non pensano neanche lontanamente, ma che nella “casa del mulino bianco” coltivano conflitti e risentimenti eterni.
Perché, a costo di dire una banalità risaputa (ma alla luce di tanti studi ed evidenze sociali che si trasformano troppo spesso in emergenze sociali, forse non sufficientemente assorbita ed elaborata): il mestiere di genitori resta il più difficile, complesso e impegnativo che esista. L’analisi si concentra necessariamente laddove il problema emerge, dunque nei casi di separazioni e divorzi. E ad accompagnarci in questo percorso alla scoperta di come si può determinare una vita infelice è Maria Cristina Verrocchio, psicologa, psicoterapeuta, ricercatore di Psicologia clinica, professore aggregato di Psicologia clinica forense all’università d’Annunzio di Chieti, dove opera anche all’interno del Laboratorio di Clinica psicologica e del Benessere del Dipartimento di Scienze psicologiche, umanistiche e del territorio.
Intanto qualche dato pubblicato dall’Istat nel giugno scorso. Nel 2012 le separazioni in Italia sono state 88.288 e i divorzi 51.319, in calo rispetto all'anno precedente (rispettivamente - 0,6% e - 4,6%). Anche i tassi di separazione e di divorzio, in continua crescita dal 1995, hanno una battuta d'arresto nel 2012. La durata media del matrimonio al momento dell'iscrizione a ruolo del procedimento risulta pari a 16 anni per le separazioni e a 19 anni per i divorzi. I matrimoni più recenti durano di meno. L'età media alla separazione è di circa 47 anni per i mariti e di 44 per le moglii. La tipologia di procedimento scelta in prevalenza dai coniugi è quella della consensuale: nel 2012 si sono concluse in questo modo l'85,4% delle separazioni e il 77,4% dei divorzi. Il 73,3% delle separazioni e il 66,2% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli. L'89,9% delle separazioni di coppie con figli ha previsto l'affido condiviso, modalità ampiamente prevalente dopo l'introduzione della Legge 54 del 2006.
Questa modalità dal nome tranquillizzante, che indica una crescita di civiltà nei rapporti personali, nella realtà – emerge dall’esperienza della psicologa – non sempre corrisponde a una assenza o almeno riduzione della conflittualità nella coppia. «Si assiste sempre più frequentemente a separazioni e divorzi altamente litigiosi», osserva Verrocchio, «in cui, sebbene in presenza di affido condiviso, i figli manifestano un attivo rifiuto verso uno dei genitori, generalmente quello con cui non vivono». Un rifiuto che diventa «alienazione genitoriale», in altri termini sparizione di un papà o una mamma dal panorama affettivo e relazionale del bambino/adolescente. «La separazione in sé», spiega la psicologa, «come evento non causa necessariamente problemi psicologici, anzi in presenza di situazioni quotidiane difficili della coppia può diventare un “sollievo” anche per i figli, ma certo c’è una inevitabile sofferenza, che può essere elaborata e superata se il messaggio che viene trasmesso, non solo con le parole, ai figli arriva da una coppia che ha concluso il proprio percorso matrimoniale, ma resta coppia genitoriale».
Pare che sia raro, o quantomeno infrequente, che il genitore riesca a non coinvolgere il figlio nei sentimenti di rabbia, risentimento, delusione, amarezza che una separazione spesso porta con sè. Ed ecco l’alienazione, l’allontanamento, il bambino che rifiuta di incontrare un genitore dopo la separazione. E rifiutare un genitore (ovviamente in assenza di maltrattamenti), spiega la psicologa, è come rifiutare una parte di sé: i figli non perdono interesse per un genitori perché non vive con lui, il distacco non sgretola una relazione così importante. Anche se manifestato con rabbia o mostrando indifferenza, questo rifiuto è dolorosissimo nel bimbo/adolescente, determina uno sforzo fortissimo (superiore a un lutto) dal punto di vista psicologico. Esiste, sebbene non supportata da una letteratura scientifica, una diagnosi di Pas, ovvero sindrome di alienazione genitoria, che sottende e implica la responsabilità dell’allontanamento di uno dei due genitori che, con comportamenti e parole, condiziona il bambino/adolescente. E poi c’è un’altra prospettiva di studio che tenta di comprendere le cause che portano il figlio al rifiuto, sostentendo che molteplici fattori interagiscono e possono condizionarsi a vicenda nel determinare tale rifiuto.
Fatto sta che il superamento pratico del rifiuto da parte del rifiutato porta a un rinfocolarsi della conflittualità: il necessario ricorso a tribunali, avvocati, assistenti sociali e giudici porta la situazione su un piano di torto o ragione che poco ha a che vedere con il sereno sviluppo psicologico in pericolo. Sì perché in mancanza di assimilazione e riadattamento della famiglia dopo la separazione, problema che spesso risale a situazioni irrisolte appartenenti alla storia degli adulti in gioco (personalità fragili facilmente suggestionabili,tendenti alla drammatizzazione degli affetti, vuoto narcisistico) si sviluppano situazioni “malate”: dove il genitore non sa vedere la differenza tra sè e il figlio e genera una coalizione col bimbo, rendendolo insicuro del proprio sentire e creando in lui un conflitto di lealtà in caso di relazione d’affetto col genitore “traditore”; e ancora creando una alleanza transgenerazionale, rovesciando i ruoli: figlio che diventa accudente col genitore deluso. E poi comportamenti intrusivi, interferenze nell’altro rapporto genitore-figlio (dalle telefonate ricorrenti alla denigrazione di comportamenti e risposte). Insomma il bambino è schiacciato, a pezzi mentre vive la situazione e a pezzi da adulto, con funzionamento psicologico compromesso e stressato, un sistema relazionale disfunzionale, sintomi depressivi, ansia. In una parola: infelice.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

