Di Luca: io come Pantani un figliastro del ciclismo

25 Giugno 2016

L’ex corridore ha presentato il suo libro “Bestie da vittoria” al Mediamuseum «I miei successi sono veri, anche con il doping s’impone sempre il più forte»

PESCARA. «I pescaresi? Hanno apprezzato la sincerità. Anche quelli che mi avevano giudicato male solo per sentito dire, e che se n’erano dimenticati perché il tempo cancella tutto, con questo libro si sono ricreduti».

Al Mediamuseum, prima della presentazione del suo libro alla terza ristampa e già 25mila copie vendute (“Bestie da vittoria” edizioni Piemme), Danilo Di Luca, primo ciclista italiano a essere stato radiato per doping (secondo dopo Armstrong a livello internazionale), non fa fatica ad ammetterlo e a pubblicarlo nel libro scritto da Alessandra Carati, editor anche di Fabio Volo. Ma con la stessa semplicità Di Luca aggiunge: «L’atleta è l’ultima ruota del carro, è quello che viene scaricato alla fine perché nel ciclismo, come pure nell’atletica, non c’è il cartellino, non è un bene societario e non avendo poteri è ricattabile. Questo libro racconta proprio il sistema che c’è intorno a sport come il ciclismo e l’atletica e l’ho voluto fare, lavorandoci quasi per tre anni, dopo la seconda squalifica, quando sono stato aggredito da tutti come fossi l’unica mela marcia».

Tra un autografo e un altro, alla presentazione moderata dal giornalista Paolo Smoglica, affiancato dalla editor arrivata da Monza e dal medico di Cepagatti Carlo Santuccione coinvolto anche lui nella vicenda doping, il campione di ciclismo che oggi costruisce biciclette parla anche di Schwazer fatto fuori dalle Olimpiadi di Rio subito dopo la qualificazione perché risultato positivo al doping su una provetta analizzata ai primi di gennaio: «La sua vicenda è legata alla mia ed è l’esempio di quanto sia poco chiaro e strumentale questo sistema. Dimostra quello che dico nel libro, che non è contro il ciclismo, ma contro quello che gli gira intorno».

E ancora: «Anche Marco Pantani ha pagato, e più di me, ma oggi purtroppo non c’è più e non lo può raccontare. Io ho avuto la possibilità e l’ho fatto». Ma attenzione, rimarca Di Luca: «Le vittorie sono vere. In questi venti anni di ciclismo non abbiamo assistito a un film. Quando si sceglie di fare l'atleta di vertice e il professionista si fa una scelta e oltre a fare la vita del corridore, degli allenamenti e dei sacrifici, ho sempre detto che una piccola componente del 5-7 per cento è anche doping. Ma quello che si vede è vero: vince sempre il campione, e quando non si vince vuol dire che l'altro è più forte di te. Quando ho vinto è perché sono stato più bravo e quando ho perso è stato perché altri sono stati più bravi di me».

Quanto agli amici: «Di persone vicine me ne sono rimaste pochissime in questi anni, ma sono gli amici veri, mentre tanti di quelli che mi osannavano sono spariti. Ma anche questa è un’esperienza».

(s.d.l.)

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