Di Marzio, il pediatra che di notte scrive favole

Una vita spesa a curare i bambini e adesso il medico pescarese inventa fiabe «Così si scaccia il dolore dei piccoli pazienti». E ai grandi dice: «Giocate sempre»
PESCARA. «Come nasce una favola? Basta guardare un bimbo negli occhi e le idee arrivano». E di bambini, Alessandro Di Marzio, 66 anni, pediatra ematologo pescarese, in 42 anni di carriera, ne ha visti tanti crescere, piangere, giocare, soffrire, gioire, morire. Lo chiamano il «medico poeta» perché, dopo aver ereditato sin da piccolo la passione per la lettura da papà Silvio (maestro di scuola che negli anni Cinquanta ha aperto la prima biblioteca a Moscufo), scrive, di notte, favole per bambini condite di morale, poesie dedicate ai piccini che non ce l’hanno fatta, stornelli in vernacolo, tratteggiando i caratteri delle persone di varia umanità che incontra ogni giorno. Per aiutare i bimbi, per divertirli e scacciare il dolore della malattia, il dottore suona la chitarra – «La prima, a 15 anni, l’ho acquistata per corrispondenza direttamente dal costruttore che si chiamava Carmelo Catania – e canta Battiato. «Sono un apprendista stregone», dice. Ma chi lo conosce bene lo definisce un medico «di grande umanità e umorismo». Il ricavato dei libri che scrive, illustrati con i disegni dei piccoli pazienti di Ematologia e messi in vendita durante le iniziative solidali, viene devoluto all’Agbe (Associazione genitori bambini emopatici), diretta da Achille Di Paolo Emilio e dal presidente onorario Massimo Parenti, sostenuti nei loro progetti benefici anche da Lorella Cuccarini, ospite di recente dei festeggiamenti dei 14 anni di Trenta Ore per la Vita, fondazione che ha finanziato la casa famiglia di via Passo della Portella.
Di Marzio, originario di Moscufo, si è laureato in Medicina e Chirurgia all’università d’Annunzio di Chieti nel 1974, all’età 25 anni, dopo un periodo nel Bolognese: «Eravamo in 13, i primi laureati della d’Annunzio, ci chiamavano i moschettieri. Con me, Giandomenico Palka, Gianni Lauriti, Tonino Angelucci, Ettore Cianchetti, oggi luminari nei vari settori della medicina». Poi, la specializzazione in Ematologia e Pediatria grazie al suo mentore, lo scomparso e indimenticato Glauco Torlontano: «È stato il mio maestro, insieme a Giovanni Gasbarrini, già direttore della clinica medica di Bologna, e Giuseppe Gozzetti», racconta il pediatra scrittore, «mi ha insegnato cose importanti come l’onestà, la passione e la curiosità che spero di non perdere mai. Insieme, dal 1975, dopo un anno di volontariato nel reparto, abbiamo portato Ematologia ad alti livelli. Nel 1976, Torlontano (coadiuvato da Antonio Iacone, Paolo Di Bartolomeo che oggi guida il reparto e Giuseppe Fioritoni) ha fatto il primo trapianto di midollo osseo. Sotto la sua spinta, con Massimo Parenti, prima è nata la sezione pediatrica e poi, nel 2000, l’Agbe».
Per 35 anni Di Marzio è rimasto in reparto, ha diretto il day hospital e Oncoematologia pediatrica. Dal 2009, dopo la pensione, ha aperto uno studio in via D’Annunzio, insieme al figlio Daniele, ecografista di 38 anni. La famiglia è la sua forza primaria: «Siamo molti uniti, sono un uomo fortunato», ammette.
I suoi genitori Silvio (tra gli anni Sessanta e Settanta, prima di ricevere un incarico alla Regione, è stato dirigente della biblioteca Di Giampaolo) e Clotilde hanno avuto 5 figli: Donato, medico di base a Moscufo; Paola, maestra di scuole primarie; Francesco, archivista; Maria Luisa, impiegata e, ultimo, Alessandro, sposato con Silvana Stura, compagna al liceo d’Annunzio. Di Marzio ha due figli: Silvio, 40 anni, ingegnere della Caterpillar, e Daniele. Quattro nipoti «che sono tutta la mia vita e fonte di ispirazione quotidiana per le mie favole»: Letizia, 11 anni; Alessandro, 10 anni; Luca “lo sguazzone”, 5 anni, ispiratore del suo ultimo libro «L’arcipelago delle farfalle», e Valerio, «detto Toto, perché così vuole farsi chiamare». All’età di 15 anni, Di Marzio, ha iniziato a strimpellare la chitarra e fondato Il Clan sulla scia del Molleggiato, ma il suo sogno nel cassetto rimarrà sempre «l’ingresso, mai avvenuto, nella Filarmonica di Moscufo».
Il gioco fa parte della sua personalissima terapia per curare grandi e piccini e ai genitori lancia un messaggio inappellabile: «Non lasciate i vostri figli davanti a tablet e tv perché bloccano la loro capacità di fantasticare e sognare. Ma giocate con loro, io costruisco gli aquiloni per i miei nipoti, abbassatevi fisicamente al loro livello, guardateli negli occhi, parlate con loro e ascoltateli». Quindi che nessun adulto si vergogni di essere un po’ bambino ogni tanto?: «Assolutamente no», conferma il medico che durante le visite con i piccoli indossa i camici di Peppa Pig, le parrucche per imitare i Cugini di campagna e fa numeri di illusionismo che gli ha insegnato il mago Gino Iachini, «nessuno mai potrà o dovrà cacciare l’infanzia dalla propria vita, la fantasia aiuta a sopravvivere». Un obiettivo in cantiere? «Trasformare le favole in mini opere teatrali, protagonisti i bambini malati di Ematologia». Un sogno realizzato? «Aver salvato la vita di tanti bimbi, ma quelli che ho visto morire rimarranno sempre vivi nel mio cuore».
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