Di Risio: l’inferno l’ho conosciuto voglio il paradiso

Dopo più di 30 anni di carcere l’ex rapinatore torna a casa per gravi problemi di salute
PESCARA. «In carcere non ci voglio più tornare e non ci tornerò. Morirò nel mio letto. E quando sarà, l’ho già detto a mia sorella, voglio una cosa sola. La scritta sulla pietra “voglio andare in paradiso, perché all’inferno ci sono già stato». Dopo più di mezza vita passata nelle carceri di mezza Italia - a maggio compirà 56 anni - Claudio Di Risio è tornato a casa. In via Nora. Il bandito della banda Battestini, con Massimo Ballone uno dei pochi superstiti di quel gruppo di rapinatori che tra gli anni ’70 e ’80 dominarono la scena criminale tra l’Abruzzo e le Marche, protagonisti di un’epocale evasione dal carcere di San Donato a gennaio del 1985, ha gravi problemi di salute. Condizioni che il giudice di sorveglianza ha giudicato incompatibili con il regime carcerario concedendogli, come richiesto dal difensore Carlo Di Mascio, di scontare a casa gli arresti per le condanne accumulate dal 2006 in poi. Un totale di 23 anni, 11 mesi e 16 giorni per reati che vanno dalla ricettazione all’estorsione, dal tentato omicidio alla resistenza, che Di Risio aveva iniziato a scontare il 19 marzo del 2015. Sarebbe dovuto uscire dal San Donato il 24 marzo del 2035. Invece è tornato a casa lunedì. Prostrato e malconcio per le gravi patologie croniche e dopo una vita che oggi gli fa rinnegare anche l’adrenalina di cui si è nutrito nelle sue scorribande da bandito. «Non ne valeva la pena, non si può dare tutta una vita al carcere, è disumano».
Di Risio com’è stato tornare a casa, chi ha trovato?
Sax, un bastardino, un incrocio di volpino nero. Mi ha riconosciuto dopo tre anni e non si stacca più da me. Mia sorella che mi viene a portare da mangiare, mio figlio che si sta laureando e che non mi ha mai lasciato e la mia nuova compagna che mi verrà a trovare presto.
Che cosa non rifarebbe del suo passato?
Non rinnego niente, ma non rifarei gli errori che ho fatto. Vorrei poter essere me stesso con la testa di oggi. Ho capito tante cose. Sono stato tra i peggiori criminali di Italia. Vallanzasca, Turatello, li ho conosciuti tutti e mi hanno portato sempre su un palmo di mano, mi sono sempre fatto valere, ma non lo rifarei. Era per la sopravvivenza.
Da che famiglia proviene?
Sono nato in corso Manthonè, quando avevo nove mesi ci assegnarono la casa a Rancitelli vecchia. Mia madre ha sempre lavorato, imbottigliava la birra, mio padre lavorava alle onoranze funebri, mi ha portato anche a me a fare i funerali, ma non mi piaceva. Aprì pure un’attività da solo, ma nessuno di noi fratelli volle continuare. Eravamo due fratelli e una sorella. Io sono il più piccolo, l’unico a non aver fatto la Prima comunione.
Ce l’ha qualche rimorso?
I rimorsi sono tanti, non so da dove partire. Per farmi capire, il deserto avanza, guai a nascondere deserti dentro di sè.
In carcere ha scritto. Cosa?
Poesie sui sentimenti. E ho iniziato un libro sulla mia vita.
È credente?
Come San Tommaso. Ho visto che in carcere si adoperano per aiutare i ragazzi, con me non è stato così. A me mi hanno aiutato mio figlio e la compagna che ho conosciuto in carcere.
Come?
Durante i colloqui con mio figlio, lei veniva per il fratello. Abbiamo iniziato a scriverci. Ora c’è lei e spero che continui.
Rimpianti?
Ho fatto troppi errori da giovane. Sono stato trascinato in un vortice più grande di me, me ne sono reso conto dopo l’evasione dal carcere di Pescara nel 1985.
Chi eravate?
Io, la buonanima di Carlo Mancini, Franco Patacca, Coletta, Gentile. E Massimo Ballone.
In che rapporti è rimasto con Ballone?
Eravamo fratelli di sangue, non lo sento più. Non perché non voglio. Ognuno sta per sè. È meglio così per tutti. Ma gli artefici della banda Battestini eravamo noi. Io e Massimo Ballone dirigevamo tutta l’orchestra. Senza di noi non si partiva, non si muoveva foglia.
Come vi siete conosciuti?
Da ragazzini, lui viveva a San Donato io a Rancitelli. Per una scazzottata. Ci ritrovammo insieme nel carcere minorile.
La prima volta in carcere?
Non avevo 14 anni. Per un furto di macchina allo stadio. Mi presero a Torrevecchia, insieme ad altri tre minorenni. Ci portarono al carcere di Chieti e la mattina al minorile dell’Aquila.
I fratelli Battestini.
Pasquale, il fratello grande, era il bandito vero perché aveva avuto a che fare con la prima banda di Pescara, la banda delle tute blu. Rolando era solo un figlio di papà. E non mi voleva nemmeno, perché ero di Rancitelli, gente di merda per lui. Ma l’ho creata io la vera Rancitelli, che oggi non esiste più perché è tutto un schifo, tutto droga e zingari. Ma la droga a Rancitelli ce l’ho portata io, gli zingari scappavano. E ora ci hanno fatto il loro business.
Quante rapine ha fatto?
Tante, ho perso il conto. Le ho pagate tutte. Per tutti gli anni che ho fatto avrei pagato per due omicidi. Invece non ho ammazzato nessuno.
Ha maneggiato tanti soldi e oggi non ha più niente. Come li ha spesi?
Belle donne, macchine, moto. Tanti soldi. Una volta non sapevo più dove nasconderli, di nascosto da mia madre li misi sotto un mobile nello stanzino, tutte banconote da 100mila lire.
E i suoi genitori?
Mia madre ha sofferto, mio padre ancora di più, non accettava che rubavo. Una volta, avevo rubato un furgone di scarpe e volevo dare un paio di stivali a mia sorella. Feci arrivare il furgone sotto casa e feci in modo che uno li desse a mia sorella come regalo, senza dirgli che erano rubati. Sennò non accettava.
Che cos’è l’adrenalina?
L’adrenalina è quella che mi prendeva prima di una rapina in banca, non per quello che ti andavi a prendere ma per il rischio. Ti caricava l’azione in sè. Invece oggi lo fanno da disperati.
Ha un ricordo bello?
Quando andammo a Venezia, al Carnevale, coi primi soldi veri.
Quali?
I soldi fatti rapinando le prime banche, inizio anni Ottanta.
Poi ci fu l’arresto e poi l’evasione, il 29 gennaio del 1985, chi la organizzò?
Noi. Anche Rolando lo sapeva, ma non ce lo siamo portati.
Perché?
Perché poteva... quando io gli dissi di fermare il pentito che era a Chieti...
Ceci?
Sì, Ceci. Rolando mi disse “quello è un mio amico non ti permettere”.
Ceci è stato ucciso dopo tanti anni, nel 2012.
L’ho saputo, non me ne frega niente. Non mi riguarda.
Dell’evasione che ricorda? Ci furono tre agenti feriti e due dei sei evasi furono uccisi a Roma.
Non doveva finire così, dovevamo prendere le chiavi e uscire senza ferimenti, però purtroppo è successo. Quando mi hanno preso mi hanno mandato al supercarcere di Pianosa, all’Asinara, ho conosciuti i peggiori criminali, sono dovuto crescere in fretta per non rimanere schiacciato. Forse ho fatto più anni di tutti senza aver fatto mai del male, tranne quell’incidente dell’evasione quando ci furono degli agenti feriti. Non ho sparato io direttamente, però ero partecipe. Mi sono ritrovato nel carcere di massima sicurezza, a regime duro, pane e acqua, botte tutti i giorni, ho dovuto maturare in fretta, la mia gioventù l’ho bruciata così. Non ne valeva la pena. Non si può dare una vita al carcere, è disumano. Il carcere vero che ho fatto io. Non San Donato che sembra un albergo. I detenuti di oggi non sanno che vuol dire.
Perché ha fatto quello che ha fatto?
Ho seguito l’istinto di quello che mi veniva e che mi sentivo di essere, onnipotente. Ma non lo sono più. Ora sono abbastanza vecchio per tutto, anche per la galera. Voglio solo riaggiustare un po’ la mia vita, con la mia nuova compagna spero di potercela fare, sennò voglio morire a casa mia. La casa di mia nonna.

