Di Vincenzo: mare inquinato, non ho colpe

Interrogato dal pm l’imprenditore indagato: «I sequestri e la burocrazia mi hanno impedito di realizzare i lavori necessari»
PESCARA. «Non mi sento in alcun modo responsabile per le carenze infrastrutturali dell'impianto. Sono stato impossibilitato a fare i previsti lavori per una serie di circostanze e soprattutto per i lunghi sequestri a cui il depuratore è stato sottoposto negli anni». Si è difeso così l'imprenditore Giovanni Di Vincenzo nell'interrogatorio di ieri mattina in procura, chiesto dallo stesso indagato dopo l'avviso di conclusione delle indagini del luglio scorso.
Di Vincenzo è uno dei dodici indagati nella complessa inchiesta sul depuratore e sugli sversamenti nei fiumi e in mare, inchiesta che vede coinvolte anche due società: Aca e "l'Arte della macellazione di D'Alessio & c.". Di Vincenzo, alla presenza del suo avvocato, Augusto La Morgia, ha risposto alle domande del sostituto procuratore Andrea Papalia. Un’inchiesta che lo scorso mese di luglio ha portato al sequestro preventivo di 26 scolmatori di piena dell'impianto fognario della città e dell'impianto di depurazione e del relativo scarico del mattatoio comunale. Di Vincenzo deve rispondere di frode nelle pubbliche forniture e lesioni personali colpose. L'imprenditore ha ripercorso sinteticamente le vicende che lo riguardano, dal 2006 quando entrò nella gestione del depuratore, rifacendosi anche alla memoria che qualche giorno fa il suo legale ha depositato al magistrato.
FANGODOTTO. E' partito dalle lontane inchieste sul fangodotto, sfociate in un processo dal quale Di Vincenzo è stato assolto nei due gradi di giudizio, sottolineando come la burocrazia, con la sua lentezza, abbia in sostanza contribuito ad allungare in maniera abnorme i tempi per le attività che avrebbe voluto intraprendere sul depuratore, dissequestrato solo nel dicembre del 2010.
Ci sarebbero voluti circa 5 anni, dal 2007 al 2011, per poter ottenere, ha sostenuto l'indagato, una Via per iniziare i lavori per far funzionare al meglio il depuratore. L'imprenditore ha parlato anche dei crediti, per circa 9 milioni, che aveva maturato negli anni e dell'istanza di arbitrato attivata per trovare una soluzione al problema.
L’ARBITRATO. Arbitrato durante il quale sarebbe intervenuto il concordato preventivo dell'Aca, rendendo poi impossibile procedere a qualsiasi tipo di lavoro sul depuratore, anche perché nel 2014 venne sottoscritta la convenzione di risoluzione consensuale del contratto. Nel capo di imputazione i magistrati sono stati comunque precisi e dettagliati nelle loro contestazioni in relazione al reato di frode nelle pubbliche forniture contestato anche ad altri coindagati: Alessandro Antonacci (quale dirigente tecnico dell'Ato 4 di Pescara), Pierluigi Caputi (commissario unico straordinario degli enti d'ambito della Regione Abruzzo), e Luciano Di Biase, che ha sostituito Caputi nello stesso incarico dopo l'aprile 2016, e che è stato interrogato sempre ieri nel pomeriggio.
Stando all'accusa i quattro, ciascuno per quanto di competenza, avrebbero «abdicato del tutto ai loro compiti e doveri istituzionali, dolosamente omettendo di esercitare il dovuto controllo e la dovuta sorveglianza sull'andamento della convenzione per la concessione degli interventi di costruzione e gestione per 23 anni degli impianti del depuratore di Pescara, commettendo frode nell'esecuzione del predetto contratto, non realizzando gran parte degli interventi previsti in progetto né eseguendo opere e lavori gravanti sull'appaltatore (ati Di Vincenzo-Biofert), omettendo la realizzazione ex novo di alcuni interventi o di ristrutturare e, comunque, adeguare molti comparti dell'impianto di depurazione e, in particolare, la realizzazione» di una serie di interventi che la procura indica in maniera analitica. Condotte che secondo l'accusa avrebbero determinato e causato «la compromissione o il deterioramento, significativi e misurabili, degli affluenti del Pescara, Lavino, Nora e Fosso del Lupo, dello stesso fiume Pescara nonché del litorale marino della stessa città».
LESIONI AI BIMBI. «Per effetto di questo inquinamento ambientale», prosegue l'accusa, «derivavano, quali conseguenze non volute, lesioni personali a bagnanti di minore età», tra cui due bambini colpiti da impetigine e gastroenterite batterica (da qui il reato di lesioni colpose).
Su questo argomento, Di Vincenzo si è rifatto alla memoria difensiva nella quale si evidenziano alcune analisi effettuate dall'Arta e di queste in particolare soltanto una avrebbe portato allo sforamento dei parametri di legge, ma in maniera lieve: uno sforamento che sarebbe stato causato peraltro da una fortissima pioggia verificatasi nel mese di febbraio, mentre, sostiene la difesa, i bambini avrebbero riportato quelle patologie nel mese di agosto successivo. Una difesa quindi a tutto campo per l'imprenditore Di Vincenzo che si è dunque chiamato fuori da ogni responsabilità in relazione alle pesanti contestazioni della procura.
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