Dipendenti assenteisti, chieste sette condanne e sei assoluzioni

19 Gennaio 2024

Ieri in aula la richiesta finale del pm Papalia nei confronti dei presunti “furbetti del cartellino” L’inchiesta avviata dai carabinieri era partita nel 2017 con riprese e foto degli allontanamenti

PESCARA. Il processo a carico dei tredici dipendenti di Provincia e Ambiente, società in house interamente partecipata dalla Provincia di Pescara, accusati di assenteismo, è entrato ieri nella fase finale con la requisitoria della pubblica accusa rappresentata dal pm Andrea Papalia che ha guidato l’inchiesta condotta dai carabinieri.
Sette condanne e sei assoluzioni la richiesta finale del pm che ha distinto le posizioni al termine della fase dibattimentale: richiesta di condanna per il direttore Pietro Zallocco (1 anno e 6 mesi); Romina Nazzari (1 anno e 10 mesi), Angelo Bucci (2 anni e 6 mesi), Gianluca Pretara (2 anni e 6 mesi), Alberto Malito (2 anni), Biagio Di Tillio (2 anni) e Paride Chiulli (2 anni); assoluzione per i restanti imputati e cioè Simone Di Silvio, Paolo D’Onofrio, Angelo Di Pietrantonio, Giancarmine Di Ciccio, Francesco Angeloni e Roberto Micucci. Queste, lo ricordiamo, sono soltanto le richieste avanzate ai giudici del tribunale dall’accusa, alla quali risponderà il nutrito collegio difensivo nelle due udienze fissate per le arringhe: quella del 16 e del 30 maggio prossimi. Poi la parola passerà al collegio per la sentenza.
L’inchiesta nacque nel 2017 ed è andata avanti fino al 2018 con una misura cautelare (interdizione dal servizio per sei mesi) che interessò sette degli attuali imputati (originariamente gli indagati erano 17, ma poi per quattro di loro arrivò l’archiviazione). Il lavoro degli investigatori fu meticoloso e capillare e andò avanti per sei mesi: riprese filmate, fotografie, con la telecamera puntata sull’orologio marcatempo per cristallizzare ogni passaggio di badge, e apparecchi piazzati sotto le autovetture di servizio che registravano ogni loro spostamento durante le ore di servizio.
Secondo l’accusa gli imputati «avrebbero ripetutamente attestato il falso omettendo di registrare, mediante l’apposito lettore marcatempo, i propri allontanamenti dalla sede di lavoro, non effettuati per lo svolgimento di attività di servizio o comunque utilizzati per finalità ricreative e/o relazioni meramente personali, in periodi di tempo intermedi fra la registrazione dell’orario di ingresso e quello di uscita». Insomma, a volte sarebbe stato accertato che qualcuno di loro se ne tornava tranquillamente a casa per mangiare o per fare altro. Così facendo avrebbero indotto in errore il datore di lavoro che avrebbe liquidato compensi come se i “furbetti del cartellino” fossero stati sempre in servizio, per tutta la durata dell’orario di lavoro.
Delicata anche la posizione del direttore Zallocco, che era anche capo del personale, che per l'accusa conosceva il malcostume dei dipendenti che addirittura, per non destare sospetti in portineria, uscivano da una porta secondaria, la cui chiave era in possesso del solo direttore. Adesso però la parola passa alle difese che hanno sempre dichiarato di avere argomenti efficaci per controbattere le accuse della procura. In particolare, il fatto che il contratto che regola le prestazioni di quei dipendenti era del settore metalmeccanico e non quindi della pubblica amministrazione.
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