Dirigente licenziato La Corte d’appello boccia il ricorso

8 Luglio 2018

MONTESILVANO. La Corte d’Appello dell’Aquila ha confermato il licenziamento di Costantino Di Donato, l’ex dirigente del Comune di Montesilvano licenziato da Palazzo di città nel 2016 dopo essere...

MONTESILVANO. La Corte d’Appello dell’Aquila ha confermato il licenziamento di Costantino Di Donato, l’ex dirigente del Comune di Montesilvano licenziato da Palazzo di città nel 2016 dopo essere stato trovato nel suo ufficio, un sabato pomeriggio, con una donna romena. Di Donato, difeso dagli avvocati Franco Sabatini e Chiara Sabatini, si è rivolto alla Corte d’Appello per impugnare una sentenza di marzo 2018 del Tribunale di Pescara (in funzione di giudice del lavoro). E tre giorni fa la sezione Lavoro e previdenza della Corte d’Appello (presidente Rita Sannite, consigliere Maria Luisa Ciangola, consigliere relatore Luigi Santini) ha rigettato il reclamo e ha anche condannato Di Donato a pagare 3310 euro di spese al Comune, difeso dall’avvocato Valerio Speziale, oltre ad altre spese.
L’ex dirigente ha perso il lavoro dopo essere stato trovato negli uffici comunali durante un sabato pomeriggio (era il 13 febbraio 2016), fuori dall’orario d’ufficio. A coglierlo di sorpresa furono prima gli a detti della polizia municipale e poi i carabinieri, alla presenza del sindaco Francesco Maragno. Lì per lì Di Donato, che fu trovato in compagnia di una donna appena conosciuta, si giustificò dicendo di essere lì per motivi di lavoro. E la romena spiegò che il dirigente aveva promesso di trovarle un’occupazione per cui avrebbe dovuto firmare dei documenti per il contratto. Lo stesso giorno la donna presentò una denuncia-querela nei confronti di Di Donato, sostenendo di essere stata vittima di molestie sessuali da parte dell’uomo. I vigili lo trovarono in municipio «con la cinta dei pantaloni fuori dal passante» mentre la romena indossava degli abiti «non in perfetto ordine». Per i giudici della Corte d’Appello la presenza della donna a Palazzo di città «non aveva alcuna attinenza con l’attività lavorativa» di Di Donato e le molestie di cui ha parlato la straniera appaiono «attendibilmente dimostrate con un non trascurabile grado di verosimiglianza». Sempre i giudici hanno ritenuto «sussistente» la giusta causa del licenziamento perché Di Donato ha «violato i doveri di buon andamento, trasparenza e imparzialità» connessi alla posizione di dirigente e i principi «di integrità, correttezza, buona fede, trasparenza e ragionevolezza connessi allo status di dipendente pubblico».
Sempre per i giudici, che si sono trovati in linea con quanto stabilito dalla sentenza impugnata, il comportamento del dirigente è stato «idoneo a ledere irrimediabilmente il vincolo fiduciario che costituisce il presupposto fondamentale della collaborazione tra le parti» in un rapporto di lavoro. Di qui la «legittimità» del licenziamento per giusta causa. Nel confermare «integralmente» la sentenza del Tribunale di Pescara, i giudici aquilani hanno ritenuto non fondati, poi, i motivi di appello sulle procedure seguite dal Comune per l’azione disciplinare.
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