Discarica di Bussi Il tempo è scaduto

E’ il giorno della verità: la Edison deve presentare il progetto
BUSSI. Il tempo è scaduto ieri. La Edison spa deve presentare il progetto di bonifica dell’area industriale più inquinata d’Europa. È deve farlo oggi. Gli ambientalisti lo chiamano il D-Day della discarica di Bussi: la bomba ecologica scoperta nel 2007, esattamente dieci anni fa. Ma sono troppi, affermano M5S e Forum H2o, dieci anni d’attesa. Il 14 giugno scorso viene però scritto un documento, di cui il Centro è in possesso, che finalmente fissa una scadenza precisa.
CARTA PARLA. «I partecipanti all’odierno tavolo chiedono alla Edison di presentare entro il 15 ottobre 2017 gli esiti delle indagini eseguite unitamente ad una proposta di intervento per l’area Tre Monti». E ancora: «I partecipanti chiedono a Edison di trasmettere, entro il 15 ottobre 2017, una relazione descrittiva degli esiti della caratterizzazione e il progetto di bonifica dell’area».
Così si legge nelle pagine 7 e 13 del verbale più importante di dieci anni di incontri, burocrazia, promesse e rinvii, sul sito contaminato di Bussi. Il verbale è il resoconto del tavolo tecnico che si è tenuto a giugno al ministero dell’Ambiente. L’incontro, convocato dall’ingegner Laura D’Aprile, dirigente del settore Bonifiche e Risanamenti del ministero, si è concluso con un ultimatum alla Edison che ha cercato di rinviare a fine ottobre la scadenza della presentazione del progetto. «Si chiede alla Edison spa di proseguire/completare l’attuazione delle indagini finalizzate alla progettazione della bonifica e delle misure di prevenzione nel rispetto delle osservazioni/prescrizioni formulate dagli enti e istituti partecipanti al tavolo, entro i termini progettuali stabiliti», rispondono invece l’Arta, la Regione, la Provincia di Pescara, l’Istituto superiore della Sanità, lo stesso ministero dell’Ambiente e gli altri partecipanti a quel tavolo tecnico. Il tempo quindi è scaduto.
CONTI APERTI. Sono tanti dieci anni. Era il 12 marzo del 2007 quando la Forestale, guidata dal comandante Guido Conti, delegato dal pm Aldo Aceto, sequestrò il sito inquinato di Bussi. L’intera vallata, del fiume più importante d’Abruzzo, si scoprì essere diventata uno dei luoghi più inquinati d'Europa. In realtà gli enti sapevano della contaminazione fin dal 2004. Ma non avvisarono nessuno. E la Montedison lo sapeva dal 1992. Un report dell'Istituto Superiore di Sanità dimostrò che 700.000 persone sono state esposte, per 25 anni, fino alla chiusura dei pozzi Sant’Angelo del 2007, «a contaminanti tossiche e/o cancerogeni» e che occorreva un'indagine epidemiologica. Che però che non è mai stata fatta. «La concentrazione di cloruro di vinile, un cancerogeno accertato per l'uomo, nella falda sotto la discarica Tre Monti, è passata da 136 volte i limiti di legge nel 2007 a 2.080 volte nel 2014. Addirittura l'1,1 dicloroetilene da 29.800 volte a 140.000», ha dichiarato Augusto De Sanctis, del Forum H2o, dopo la sentenza d'appello del processo Bussi che, un anno fa, ha ribaltato le assoluzioni del primo grado di giudizio.
E’ SOLO VELENO. L’avvelenamento delle acque ci fu ma il reato, qualificato come colposo, è prescritto. Tuttavia è rimasta in piedi per dieci imputati, tutti condannati, l’accusa di disastro colposo innominato. Altri 9 imputati, per fatti ancora più lontani nel tempo, hanno invece usufruito della prescrizione. Questo, in sintesi, è stato il verdetto d’appello. Che però va verso la prescrizione definitiva in Cassazione. Ma resta da bonificare l’area.
MARCOZZI ALL’ATTACCO. «E’ inaccettabile che a distanza di 10 anni dalla scoperta dell'inquinamento si sia ancora fermi al progetto di bonifica e non si siano compiute tutte le opere di messa in sicurezza e non si sia arginata la contaminazione», afferma la consigliera regionale dei 5 Stelle Sara Marcozzi. «Contrariamente a chi ci ha amministrato e governato finora, il M5S non è mai rimasto a guardare. In tutti i livelli istituzionali abbiamo depositato interpellanze, sollecitato gli organi competenti e, da ultimo, presentato tre diversi esposti al comando dei carabinieri forestali di Pescara e alla Procura generale della Corte dei conti», sottolinea Marcozzi. Che aggiunge: «Ci sembra di tutta evidenza che, in particolar per le aziende del petrolchimico, il modus operandi sembri essere il seguente: insediamento sul territorio, sfruttamento della produzione per 30-60 anni, abbandono delle aree con conseguente boom della disoccupazione, eredità di terreni inquinati e costi insostenibili per la bonifica delle aree sfruttate. Quale ricchezza hanno lasciato in Abruzzo? E’ una domanda a cui la politica deve rispondere per non ripetere gli errori del passato».
GIUSTIZIA PER FAVORE. «L'intera Valpescara attende da dieci anni giustizia», dice anche l’ambientalista del Forum H2o. «Ieri abbiamo portato il caso di Bussi a Bergamo in una manifestazione con altri comitati di tutt’Italia che lavorano su tanti, troppi casi di inquinamento. Abbiamo sempre detto che la vera giustizia è la bonifica. Speriamo che si ponga fine a questa attesa. Tra l'altro, la decontaminazione può portare tantissimo lavoro e, anzi, su questo aspetto si è fatto troppo poco per formare i disoccupati sulle tecniche di bonifica».
LARGO AI PRIVATI. E’ di pochi giorni fa la delibera di giunta regionale che trasferisce 18,5 milioni di fondi pubblici, del Masterplan Abruzzo, dalla bonifica di Bussi alla sistemazione delle strade franate. Perché alla bonifica dovrà pensare la Edison. Lo farà? Il governatore, Luciano D’Alfonso, dice al Centro di essere certo dell’intervento del privato. Così come nel verbale del tavolo tecnico di giugno si legge che: «Edison ha comunicato che le attività proseguono in accordo e sotto la supervisione di Arta Abruzzo». La volontà c’è. Ma dieci anni restano troppi.

