Don Amadio: la rivoluzione? Portare il vangelo nelle case

Vicario del vescovo e parroco della chiesa del Mare festeggia mezzo secolo di sacerdozio trascorso tra le campagne di Montebello e le famiglie pescaresi
PESCARA. «Lo sai che Vincenzino vuole fare il prete? Mi feci piccolo piccolo quando in terza elementare un mio compagno lo disse al maestro, un vecchio socialista. Ma il maestro non si scompose, mi disse solo: se farai il prete ricordati sempre dei poveri».
È una storia che viene da lontano, fatta di personaggi e valori che sbiadiscono ogni giorno di più, quella di don Vincenzo Amadio, vicario del vescovo dal 1993, per 18 anni direttore dell’istituto di formazione politica Giorgio La Pira, ex commentatore per Radio Speranza dell’omelia domenicale, docente di Teologia al Toniolo di Pescara, assistente diocesano di Azione cattolica e parroco, da 29 anni, della chiesa di San Pietro apostolo. Il 29 giugno don Vincenzo, 74 anni compiuti a marzo, ha festeggiato proprio nella chiesa del Mare, che lui stesso ha inaugurato dopo 8 anni di battaglie legali e tribolazioni, il suo mezzo secolo di sacerdozio.
Don Vincenzo Amadio, un destino scritto nel nome. Quando ha deciso di fare il prete?
Penso di esserci nato con questa idea. L’ho sempre detto, fin da piccolissimo, alle elementari mi chiamavano don Pioviccica.
Dov’è cresciuto?
Sono nato nel 1941 a Castilenti, nel Teramano. Mio padre Antonio ha avuto per 40 anni il bar della piazza all’epoca in cui il bar era il punto di appoggio di tutto, con il telefono pubblico dove arrivavano le chiamate anche per il medico, che allora era il giovane Salini e che poi divenne presidente della Regione. Sono terzo di quattro figli, mia madre Donnina era molto essenziale, affettuosa ma severa. Da bambino prima di andare a dormire la chiamavo: vieni tu a farmi dormire che mi fai dire meno preghiere di papà. Perché quelli erano i tempi: mio padre la sera oltre alle preghiere mi faceva ripassare anche i comandamenti. La famiglia è stata molto importante, ma anche il paese e il sacerdote giovane che c’era all’epoca: basti dire che ci sono ancora sei sacerdoti viventi originari di Castilenti.
Che tempi erano?
C’erano valori chiari, un controllo sociale che faceva sentire ogni genitore, genitore di tutti, cosa che oggi è cambiata anche nei paesi.
Come comunicò ai suoi genitori la sua scelta?
Lo dissi e basta, per me fu una scelta normale dopo le medie in seminario a Penne e il classico sempre in seminario a Chieti.
Ripensamenti?
Ci sono eccome i ripensamenti. Ma ero convinto, come dissi a mio padre quando me lo chiese, dicendomi che non era una cosa facile fare il prete.
Che cosa ricorda di quel 29 giugno del 1965?
Avevo 24 anni, l’ordinazione avvenne nella Chiesa del sacro Cuore. Poi il 4 luglio celebrai la prima messa nella chiesa del mio paese e ci fu il pranzo. La sera facemmo il rinfresco nella palestra del paese, vennero tutti, era da 87 anni che non c’era un prete di Castilenti. C’era un garbino torrido, se ne andò la luce. Mia madre mi raccontava che per preparare i dolci aveva sbucciato due quintali di mandorle. Offrimmo le porchette, di tutto. Conservo ancora i telegrammi di allora, del farmacista, un agnostico, dell’ostetrica che mi regalò una penna d’oro con il biglietto “dono di chi per primo ti ha avuto tra le braccia”. La mia vita è stata ed è molto emotiva.
La prima destinazione?
Pescara, il Sacro Cuore.
Com’era?
Era la chiesa della stazione. La domenica si celebravano nove messe, dalle 6 e mezza in poi, ed erano sempre piene. Era l’unica parrocchia della zona, contava 18mila persone, contro le 8mila di oggi: tutte famiglie, tanti bambini e giovani, con l’università vicina.
E le persone com’erano?
Basti dire che quando c’era il giuramento matrimoniale alla domanda sei sicuro rispondevano “certo, sennò che mi sposo a fare?”. Oggi alla stessa domanda dicono “speriamo di andare d’accordo”. Ci sono rimasto dal 1965 al 1968.
Poi?
Poi mi mandarono a Montebello di Bertona. Un altro mondo, nella campagna di Farindola non c’era neppure l’energia elettrica. Ma ho studiato molto, in quel periodo ho insegnato a Penne per dieci anni, all’istituto d’arte, e mi diedero la cattedra di Teologia a Pescara che tenni per 17 anni.
Ma che cosa fatto a Montebello per ricevere la cittadinanza onoraria e la chiave del paese donata dal sindaco per questi suoi 50 anni?
Avevo diviso il paese in 5 zone e in ognuna andavo una volta alla settimana. Andavo la sera dalle 7 alle 8 in questi cucinoni dove loro leggevano e io commentavo il vangelo. Fu una rivoluzione. Quando il vescovo lo venne a sapere volle venire anche lui. E pensare che mi aveva convocato perché non facevo il catechismo ai bambini. Ma loro facevano il tempo pieno, tornavano a casa che era notte, invece del catechismo gli facevo fare una full-immersione a scuola. Il mio cuore è rimasto là.
Qualche episodio.
Ce ne sono tantissimi. Nel 1974 mi feci prestare un Ford Transit e andammo in nove al raduno di Taizè. Al ritorno, stanco, tutto sudato fui chiamato che Zappett’ (Elisabetta) la Zarr stava morendo. Come andai i figli mi dissero che non parlava più, ma appena mi vide mi disse Gnore prepo’, ti stoj aspettà. E dopo venti minuti morì. Ci sono dei legami che non si possono raccontare. Come la coppia che si ritirava sempre a pregare. Muore lei, mi chiamano, raggiungo la casa a piedi, c’era la neve, facciamo la preghiera e poi la figlia mi invia a uscire: “se tatà vuol dire qualcosa a mamma...”. E in effetti lui entra e le dice “Giovannì, va ngo lu nom’ di Di’, però nen’ tardà a venirm arpij, che senz’ di te che ci sting a fa’? E dopo tre mesi è morto. Ho appreso più là che sui testi di teologia. E quel legame è rimasto. Uno dei ragazzi di allora, di Montebello, è stato l’ingegnere che a zero lire ha fatto i calcoli per la chiesa del mare, inaugurata dopo cinque ricorsi al Tar, 4 al Consiglio di Stato e un giudizio penale, nel 2005.
È tornato a Pescara nel 1986, nella chiesetta delle suore di Sant’Anna in via Carducci in attesa della realizzazione della parrocchia di San Pietro.
Ci dovevo stare un paio d’anni, ne sono passati 8. Era talmente piccola che quando c’erano le comunioni avvertivo le persone a non venire a messa.
Come ha trovato le famiglie pescaresi rispetto a quando le aveva lasciate, nel 1968?
Prima, quando andavi a visitare le famiglie trovavi tutti, compresi nonni e nipoti. Oggi trovi le badanti. È cambiato il volto della città. Ma è colpa nostra, degli adulti, non abbiamo creato una società educante.
Consigli per “avere fede”.
La fede bisogna anche pregarla, non c’è l’evidenza, la fede è fatta di dubbi. È come l’amore, s’insinua il dubbio ma devi fidarti. È un salto nel buio, ma sai che ci sono le braccia che ti accolgono.
Lei ha festeggiato le nozze d’oro, ci sono le vocazioni?
Nella diocesi abbiamo 120 sacerdoti e una trentina di religiosi, ma più di 30 siamo ultrasettantenni. Siamo noi vecchi che stiamo mantenendo la diocesi, tra 30 anni sarà uno sfacelo.
C’è un segreto per far avvicinare le persone alla Chiesa?
Io ripeto sempre: gne muccichet alla gent’ quann ve’, sennò scappa.
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