Don Luciano: in troppi nell’inferno del gioco

Il vice parroco della chiesa dello Spirito Santo: «Confesso sempre più disperati Vedo tante donne con i grattini e padri di famiglia dentro le sale scommesse»
PESCARA. C'è il giovane operaio che in pochi mesi brucia i risparmi di una vita alle slot. Ma poi si incammina verso un percorso religioso. Incontra la fede e don Luciano e si salva. C'è il papà che invece di riportare in famiglia lo stipendio, se lo gioca alle macchinette. Ma non è mai troppo tardi per pentirsi.
C'è chi si gioca le case e i patrimoni. Poi ci sono le casalinghe e le pensionate che trascorrono ore dentro le tabacchiere, rapite dalla febbre dei gratta e vinci e delle lotterie istantanee. «Il gioco d'azzardo è una piaga sempre più dilagante, che distrugge le famiglie e annienta i valori di persone già minate da vuoti interiori che riempiono giocando compulsivamente».
E' il grido d'allarme lanciato da don Luciano Volpe, vice parroco della chiesa dello Spirito Santo diretta da don Giorgio Campilii, che ha contattato il Centro per denunciare «queste cattive abitudini» e «incoraggiare le persone a uscire dal vizio rivolgendosi ai centri di auto aiuto» attraverso la parrocchia.
«Ogni settimana», racconta don Luciano, 61 anni, originario di Bucchianico, 33 anni di sacerdozio iniziato proprio allo Spirito Santo dove è tornato 3 anni fa, «ricevo una cinquantina di persone che chiedono aiuti di varia natura. Tra queste, almeno dieci, denunciano l'inferno del gioco. Sono storie di disperazione, di uomini e donne di tutte le età che si aggrappano a questa dipendenza per colmare dei vuoti interiori che, invece, andrebbero riempiti solo di buone letture».
Don Luciano, chi sono queste persone che si rivolgono alla parrocchia e come le aiutate?
«Sono storie diverse tra loro, c'è il laureato e c'è il soggetto poco scolarizzato, ma con l'unico denominatore del gioco. Io che vengo dal servizio sacerdotale nelle parrocchie di paese, nel teatino, dove il vizio non attecchisce molto, sono sconcertato dai tanti centri scommesse che aprono continuamente in città, risucchiando gli animi. Un operaio di 35 anni si è rivolto a me per sfogare il suo calvario: tutti i risparmi persi alle macchinette, non so neppure come si chiamano esattamente. Io l'ho indirizzato verso un centro di ascolto, dove ognuno si racconta e altri prendono coscienza, ed è riuscito da salvarsi dalla dipendenza».
«Mi ha anche scritto una lettera», prosegue don Luciano, «in cui rende testimonianza del passato pericolo. Noi preti siamo operatori spirituali, il nostro compito è ascoltare con empatia e non giudicare. Forniamo gli strumenti per cambiare vita, con l'aiuto di uno psicologo e il conforto della fede. Se esco e vado in tabacchiera, vedo tante donne di mezza età e pensionate ferme ore e ore a giocare le schedine. Mi hanno riferito che vanno alle Poste a ritirare le pensione e se la giocano di getto ai grattini. C'è poi il caso di un papà trentenne che faceva evaporare gli stipendi e, ovviamente, non li rimetteva in famiglia. Poi, però, ha capito quanto male stava facendo a moglie e figli ed è arrivato il pentimento e la guarigione. Un altro ha perso gli appartamenti».
«Io stesso ho visto scommettitori nelle sale da gioco all'ora di pranzo della domenica, che è un giorno tradizionalmente dedicato alla famiglia. Il mio appello a queste persone, attraverso il vostro giornale, è: prendete coscienza del bene e del male e fatevi aiutare. Purtroppo anche lo Stato promuove queste dipendenze».
E' anche vero che le parrocchie, spesso, organizzano lotterie.
«Sì, ma sono a scopo benefico e non creano dipendenza».
Quanto coraggio ci vuole per venire in confessionale, raccontare il proprio dramma e chiedere aiuto?
«Ci vuole molto coraggio e molta umiltà».
Quali sono le motivazioni che spingono le persone verso il gioco d'azzardo?
«La perdita del lavoro, un servizio sociale che riempie la vita; la carenza di valori e i vuoti interiori, la mancanza di soldi. Chi gioca lo fa per vincere, ma non si rende conto che il gioco è una trappola che fa perdere tutto».
Dalla dipendenza si può uscire?
«Sì, ma bisogna crederci e avere un sano amore per se stessi».
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