Don Milani, un prete libero La battaglia disobbediente per l’obiezione di coscienza

24 Ottobre 2016

Lancisi racconta il priore di Barbiana e le sue tensioni con la Chiesa ufficiale Al cardinale disse: «La differenza tra me e lei è che io sono avanti di 50 anni»

«Estate calda e inquieta, quella del 1965. Il presidente americano Lyndon Johnson annunciò un maggiore impegno militare in Vietnam, mentre nel ghetto di Watts a Los Angeles una rivolta dei neri venne repressa dalla polizia con il tragico bilancio di 34 morti. Intanto in Italia, a Milano e Roma, arrivarono i Beatles facendo registrare il tutto esaurito. Il ‘68 si annunciava alle porte. Persino nel Pci affioravano le prime crepe nel centralismo democratico: Achille Occhetto e Luigi Pintor votarono contro la relazione del segretario».

Fermentava, il desiderio di rinnovamento. A tutti i costi: impegno civile significava esserci, perché «libertà è partecipazione», per dirla con Gaber. Ecco, la cornice che fa da sfondo al libro “Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani (edizioni Laterza)”, nelle parole del suo autore, il giornalista fiorentino Mario Lancisi.

CINQUANT’ANNI FA. È passato mezzo secolo, ed era un mondo diverso: dominato da equilibri precari, avido di conquiste sociali. Si manifestava nelle piazze delle capitali; Stati Uniti e Russia erano impegnate in una competizione che spaziava dalla politica, alla corsa allo spazio, al primato sullo sport. Anche in periferia, fino alla più remota, c’era subbuglio.

UN MODELLO. Una delle esperienze più significative di quegli anni fiorì così – non per caso ma per volontà (e obbedienza) – in mezzo ai monti del Mugello: a Barbiana. Era la scuola di don Lorenzo Milani, sua e dei suoi ragazzi, i figli dei contadini quelli che amerà perfino più del Signore («Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho la speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto», scriverà nel suo testamento).

Con loro, condivise un modello di scuola universale, aperto; non c’erano ricreazioni o vacanze. Si leggevano i giornali, si discuteva, chi saliva in visita a Barbiana veniva “vivisezionato”. La curiosità muoveva l’intelletto, il povero e gli ultimi si emancipavano, i più grandi facevano lezione agli altri: si poteva sperare – se non nel riscatto sociale – quantomeno a imparare a leggere, a scrivere. A pensare con la propria testa. La scuola attivista americana arriverà agli stessi concetti anni dopo.

IL PRIORE. Solo in questo senso – perché dalla parte degli svantaggiati – il priore fu "un prete rosso". Molti leader, spesso da morto lo hanno tirato per la tonaca ma non fu la politica a muoverlo (avvenne il contrario) bensì, il Vangelo. E soffrì il fatto che la Chiesa lo avversasse: si sta male quando «nella ditta» (come diceva don Milani) di cui si fa parte non ci si sente accettati. Forse, come scrive Lancisi, la maggior parte dei suoi superiori non riuscì nemmeno a intravederlo, il pensiero milaniano.

Diventano emblematiche le parole che il priore riservò poco prima di morire al suo superiore, il cardinale Ermenegildo Florit e che aprono il libro del giornalista fiorentino: «Sa quale è la differenza, eminenza, tra me e lei? Io sono avanti di cinquant’anni...». Negli anni del Concilio Vaticano II, don Milani celebrò con le sue idee il proprio Concilio, a Barbiana. E come aveva profetizzato, dopo mezzo secolo – mentre riposa ancora con gli scarponi da montanaro con cui è sepolto – ha avuto ragione lui: nel 2014 papa Francesco ha tolto dall’indice dei libri proibiti dalla Chiesa il suo primo testo, “Esperienze pastorali”. Come scrive Lancisi era il suo «Vangelo vissuto nelle strade operaie e comuniste di San Donato di Calenzano». Gli fruttò critiche e l’esilio a Barbiana, novanta anime a metà del monte Giovi in Mugello, quaranta chilometri da Firenze.

La “Siberia ecclesiastica”, come la definì il magistrato fiorentino Gian Paolo Meucci, per un prete cresciuto in una famiglia ricchissima («Quando a Firenze circolavano solo quindici auto, due erano della famiglia Milani») poteva essere il colpo di grazia. Divenne la sua casa.

IN SIBERIA. A Barbiana ci arrivò nel dicembre ‘54, sotto un nubifragio. Il giorno dopo scese a Vicchio e si comprò la tomba dove poi è stato sepolto, perché tra quei monti trovò casa. È su questa dicotomia, tra disobbedienza (forte delle sue idee anticipatrici) e obbedienza (fedele alle imposizioni della Chiesa) che si snodano le pagine del libro di Mario Lancisi a cinquant’anni dalla pubblicazione della “Lettera ai cappellani militari”.

Venne scritta a Barbiana e pubblicata da Luca Pavolini, amico di don Milani dai tempi delle vacanze a Castiglioncello, sul settimanale comunista “Rinascita”. La lettera costò al priore il processo (1966) per aver sostenuto l’utilità dell’obiezione di coscienza. Assolto in primo grado, don Milani fu condannato quando il morbo di Hodgkin aveva già finito di divorarlo.

UN PRECURSORE. Oggi di quel messaggio cosa rimane? La libertà di scelta, l’amore per i giovani, la pace e le loro sorti. Grazie anche alla Lettera migliaia di ragazzi con l’obiezione di coscienza (ormai servizio civile) accompagnano i portatori di handicap nelle loro giornate, salgono nelle ambulanze, insegnano.

Perché come scrisse la giornalista Emanuela Audisio anche senza il suo priore – e dopo mezzo secolo – «l’impressione è che ancor oggi Barbiana continui a suo modo a muovere il mondo».

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