«Dopo i miei genitori, ho perso anche il lavoro»

Marco Foresta aveva avviato una vineria in via Piave, ma ha dovuto chiudere «Mamma e papà mi aiutavano in tutto, per lo Stato non ho diritto a niente»
PESCARA. «Abbiamo bisogno della vicinanza dello Stato, non delle parole della politica, Rigopiano non si strumentalizza». Marco Foresta, 31 anni da compiere a marzo è uno dei tanti orfani lasciati dalla tragedia “perfetta” di Rigopiano, dove niente ha funzionato e 29 persone sono morte nel resort diventato prigione nell’arco di una notte. Troppa neve e nessun mezzo inviato a pulirla.
E oggi che, dopo due anni (venerdì ricorre il secondo anniversario), più o meno tutti i politici alle prese con la campagna elettorale si offrono per “Rigopiano”, Marco risponde con la sua storia. Una storia che da sola racconta invece quanto, in questi due anni, la politica è rimasta lontana da lui e da tutti gli altri sopravvissuti diretti e indiretti di quel disastro.
Da quella valanga che gli ha stravolto l’esistenza, Marco, figlio unico di Bianca Iudicone e Tobia Foresta, 59 e 50 anni, non solo ha perso i genitori, dipendente delle Agenzie delle Entrate lui, e commerciante lei, ma anche il negozio della madre a Montesilvano e il locale avviato con loro solo otto mesi prima in via Piave, zona pedonale di via Battisti, a Pescara. E l’assurdo è che rischia di perdere anche la casa, la villetta bifamiliare a Marina di Città Sant’Angelo per la quale i genitori il 18 gennaio del 2017 stavano pagando ancora il mutuo.
Marco, com’è possibile?
È possibile perché lo prevede la legge. Quando ho perso i miei genitori avevo quasi 28 anni ed ero già laureato. La pensione di reversibilità è prevista per chi sta ancora studiando ed è al di sotto dei 26 anni. Io non avevo diritto.
Però per andare avanti aveva la vineria in via Piave.
Sì, avevo avviato La Barrique ad aprile del 2016 con mamma e papà. Dopo la laurea e vari lavoretti avevo fatto un corso da sommelier, e con i miei genitori avevamo fatto questa scelta con l’obiettivo che se fosse andato bene, mamma, che aveva un negozio di intimo a Montesilvano, sarebbe passata a lavorare con me nel locale, e avrebbe chiuso il suo. Fino a quando ci sono stati lei e papà, mi hanno aiutato economicamente, con il fido ottenuto grazie a loro come garanti, e fisicamente, perché erano nel locale con me quasi sempre.
E adesso come fa con il fido e tutto il resto?
Ora non posso pagare. L’ho detto alla banca. Ho venduto un po’ di attrezzatura del locale, vado avanti grazie all’aiuto dei miei nonni materni che hanno lasciato la loro casa nel Lazio e si sono trasferiti in una casa in affitti vicino alla mia. La stessa cosa per il mutuo. Tramite avvocato ho chiesto il fermo per un anno, ma ora è scaduto, vediamo quello che succede.
E il locale di via Piave e il negozio di sua madre?
Il negozio l’ho chiuso dopo Rigopiano, buttandomi sull’altra attività. Mollare sarebbe stato un disastro. Ma dopo quella tragedia le cose a cui pensare, le priorità, sono diventate altre. Ho messo due ragazzi part time che si alternavano per aiutarmi, ma le entrate sono diminuite notevolmente, e io non avevo più lo spirito con il quale avevo aperto con i mie genitori. Ho chiuso lo scorso giugno.
E adesso?
Gira voce che sono entrato all’Agenzia delle Entrate dove lavorava papà dal 1982. Ma non è vero. Con le mie zie avevamo fatto il tentativo, chiedevamo una corsia preferenziale, facendo anche il concorso. Ma dopo tante parole non se n’è fatto niente. Un po’ ci avevo creduto, soprattutto dopo che a gennaio dell’anno scorso, quando con il Comitato vittime andammo al Quirinale dal presidente della Repubblica e da Gentiloni, il presidente Mattarella, di sua iniziativa, mi chiese “tu sei il figlio di... Vediamo che cosa si può fare”. Invece niente.
Il vice premier Salvini ha promesso ai familiari delle vittime dieci milioni di euro. Ci crede?
Il governo di ora ha mostrato vicinanza, siamo ottimisti. Della politica non ci importa niente, noi del comitato siamo apolitici. Avevamo parlato con Gentiloni e abbiamo parlato adesso con Salvini. Ci siamo sempre rivolti alle forze governative in quanto tali, perché dopo quello che è successo, è necessario un aiuto dello Stato soprattutto a tutela dei bambini e dei ragazzi rimasti orfani. Dopo tante promesse e zero fatti, sembra la volta buona.

