«Doppiette contro i lupi». E mezza Italia si ribella

Oggi Conferenza Stato-Regioni per il via libera al Piano di gestione del predatore. Contrari ambientalisti e molti governatori: un passo indietro incomprensibile
PESCARA. È arrivato il «giorno del lupo» La Conferenza Stato-Regioni (ministero dell'Ambiente e rappresentanti delle giunte regionali), si incontrano nel pomeriggio a Roma per approvare definitivamente il Piano per la conservazione dei lupi. Che al suo interno prevede in realtà un’apertura alla caccia al lupo. Il piano infatti prevede la possibilità di abbattere questi predatori nella misura del 5% del numero minimo stimato, nei casi in cui si rivelino una minaccia per gli allevamenti e per l’uomo.
Il piano ha suscitato una vera rivolta delle associazioni ambientaliste e animaliste e molte perplessità tra gli stessi presidenti delle Regioni, che saranno chiamati a gestire il programma. Così si esprime per esempio il governatore abruzzese Luciano D’Alfonso: «Appare evidente il paradosso che nel nostro Paese - dopo quasi mezzo secolo di protezione assoluta del lupo si passi improvvisamente al suo contenimento numerico, sebbene realizzato con un approccio di tipo selettivo. Anche a livello regionale non si può non ravvedere una incongruenza di fondo tra la scelta in discussione e quelli che sono gli obiettivi politici e strategici della Regione Abruzzo degli ultimi decenni, incentrati su un modello di sviluppo compatibile con l'ambiente e con la sua ecologia. Da questo punto di vista l'immagine della nostra Regione, faticosamente costruita nel corso degli anni, verrebbe seriamente compromessa, e con essa l'economia turistica che da essa discende».
Da giorni una campagna martellante su social network chiede di eliminare dal documento la possibilità degli abbattimenti controllati. Oggi sono in programma manifestazioni non solo a Roma, alla sede della Conferenza in via della Stamperia e al Pantheon, ma anche davanti alle sedi di alcune Regioni, ad esempio a Genova. L'Enpa ha raccolto 500.000 firme su Facebook a un appello contro l'uccisione dei lupi, altre 170.000 ne hanno raccolte i Verdi con una petizione su change.org. Alcune amministrazioni regionali, dopo un primo ok tecnico il 24 gennaio scorso, di fronte alle proteste hanno fatto marcia indietro sulle uccisioni. A Lazio e Puglia, contrarie da subito, si è aggiunto l'Abruzzo, mentre Friuli, Veneto, Piemonte, Liguria e Campania, in varia misura, hanno chiesto un ripensamento. Il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, ha difeso il provvedimento. Ma non si può escludere che oggi la Conferenza alla fine approvi il piano senza l'abbattimento. La misura potrebbe essere stralciata e ridiscussa in seguito, oppure lasciata definitivamente cadere. Che la questione dei lupi vada affrontata non lo mette in dubbio nessuno. Questi predatori si sono moltiplicati negli ultimi anni. Oggi sono stimati oltre un centinaio sulle Alpi e 1.000-2.000 in Appennino. Il problema è che gli allevatori non sono più abituati alla loro presenza, e lasciano pascolare gli animali allo stato brado. Il risultato è che i lupi attaccano il bestiame e creano danni economici. Il Piano lupo del Ministero dell'Ambiente, elaborato da Ispra e una settantina di esperti, prevede monitoraggio della popolazione, campagne di informazione sui sistemi di prevenzione naturali (cani pastori, rifugi, recinti elettrificati), gestione dei pascoli, lotta agli incroci con i cani, rimborsi più rapidi. Come misura estrema, prevede anche un abbattimento controllato (ovvero la riapertura della caccia, proibita dal 1971) fino al 5% della popolazione complessiva in Italia.
Per il ministro Galletti, si tratta di una misura seria e scientificamente motivata, che non mette a rischio la specie e che comunque va usata solo se tutti gli altri sistemi non hanno dato risultati. A suo avviso, senza questo intervento controllato, gli allevatori finirebbero per risolvere il problema da soli, col bracconaggio. Per gli ambientalisti, invece, gli abbattimenti non risolvono il problema, ma anzi lo aggravano. Secondo il Wwf, i lupi in branco preferiscono cacciare animali selvatici, cinghiali e caprioli. Solo i singoli puntano al bestiame. Gli abbattimenti destrutturano i branchi e creano «lupi solitari» che cercano prede facili. La soluzione al problema al loro avviso è tornare ai tempi antichi: stalle, recinti e «robusti» cani pastore.
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