Droga, armi e aggressioni Il giudice: così comandava il clan mafioso di Rancitelli

Sono 52 le persone coinvolte, venti quelle arrestate nel blitz dello scorso aprile Ma dopo l’abbattimento del Ferro di cavallo sono tornati quasi tutti in libertà
PESCARA. Arriva a conclusione l'inchiesta sulla cosiddetta mafia di Rancitelli e il pm della Distrettuale dell'Aquila, Stefano Gallo, fa partire gli avvisi che riguardano 52 persone coinvolte nella storica operazione dello scorso aprile, di cui 20 finirono in carcere: personaggi di spicco delle principali famiglie che amministravano l’ex “condominio” del Ferro di Cavallo.È la prima volta che viene contestata l’associazione mafiosa per casi di spaccio: anzi, per un controllo del territorio da parte di famiglie dedite in particolar modo allo spaccio, con tutte le conseguenze che ne derivano, a cominciare da diversi episodi di intimidazione anche nei confronti dello Stato che non aveva più giurisdizione in quell'area della città. «Si tratta di un sodalizio», scrisse il gip Marco Billi nella misura restrittiva, «caratterizzato da un vincolo associativo molto stretto, in grado di esprimere una notevole forza di intimidazione e una condizione di assoluto assoggettamento e totale omertà dei quali i componenti si avvalgono per commettere delitti (non solo reati in materia di stupefacenti) e per realizzare profitti e vantaggi ingiusti per sè».
ASSOCIAZIONE ARMATA Nel capo di imputazione relativo all'associazione contestata ai 20 personaggi più coinvolti, il pm della distrettuale parla di «associazione armata di tipo mafioso, con base operativa nel rione Ferro di Cavallo», ma anche di una «attitudine alla violenza finalizzata all’acquisizione e al mantenimento del controllo del territorio, per la gestione di attività illecite», che riguardano omicidi e tentati omicidi, armi, traffico di droga, ma anche «intimidire appartenenti all’amministrazione dello Stato e alle amministrazioni locali; affermare il controllo egemonico sul territorio, assoggettando attraverso azioni violente le persone che a quel controllo si contrappongono».
SCARCERATI Va detto che tutti i 20 arrestati, all’infuori di Valentino Spinelli che era già in carcere da dove controllava tutto tramite la moglie Erminia Papaccioli, qualche settimana fa sono stati scarcerati dallo stesso gip per una questione tecnica: non c’erano più i requisiti per la carcerazione dopo l’abbattimento del Ferro di Cavallo che era il condominio dentro il quale si consumavano i reati contestati. Una scarcerazione che lascia inalterato il quadro accusatorio.
IL CLAN La forza del clan era stata ampiamente descritta, oltre che dalla procura, anche dal gip che scriveva: «Le aggressioni e i pestaggi da parte degli appartenenti all'organizzazione contribuiscono a delineare il reato mafioso, della così detta mafia autoctona. Il sodalizio criminale», aggiunge Billi, «si è costantemente contraddistinto per il frequente ricorso a un elevato livello di violenza, concretizzatosi in aggressioni e pestaggi (anche contro i giornalisti ndr), in particolare all’interno del territorio di riferimento, nei confronti di diverse vittime. E' da notare che in tutte le vicende descritte, l'aggressione fisica si svolge, senza alcun timore e senza remore, alla luce del sole. Ciò da un lato testimonia della sicurezza riposta dagli indagati nell'assoluto controllo del loro territorio, e dall’altro lato, rappresenta una modalità operativa strumentalmente volta a rendere pubblica, e nota a tutti, la forza del clan». Elementi a supporto della ipotizzata mafia.
il capo indiscusso Nelle 50 pagine dell'imputazione vengono trattati tutti gli episodi relativi alle violenze e alla droga, ma anche il controllo che dal carcere avrebbe esercitato Valentino Spinelli, ritenuto il “capo indiscusso” dell’organizzazione che, grazie a telefonini che gli venivano recapitati in carcere e all'opera della “reggente” moglie, continuava a impartire ordini. E poi c'è il cartello della droga: l'accordo stipulato fra le varie famiglie (Spinelli, Ciarelli, Di Pietrantonio) che si rese indispensabile per evitare la concorrenza: un prezzario della droga per mantenere alti i livelli degli introiti derivanti dallo spaccio, evitando qualsivoglia “concorrenza sleale” da parte di qualcuno che stava tentando di “rubare” clienti allettandoli con prezzi più bassi. Adesso il nutrito collegio difensivo avrà venti giorni per contrastare queste pesantissime accuse, prima che la distrettuale firmi la richiesta di processo.

