Pescara

Droga e telefonini in carcere, affari in cella per migliaia di euro: ecco come avveniva lo spaccio

15 Febbraio 2026

Pescara, le carte dell’inchiesta. Dalla madre del detenuto al colloquio con le stampelle per non rompere il cellulare nella scarpa allo stupefacente portato dall’esterno dalle mogli negli indumenti intimi

PESCARA. Dalle carte dell’inchiesta “Prison Break” su un vasto giro di droga e cellulari dentro il carcere San Donato di Pescara, che ha portato il pm Gennaro Varone a chiedere 22 misure cautelari, emergono particolari interessanti.
IL FOGLIETTO NELLA CELLA N. 2
L’indagine nasce dal rinvenimento nella cella numero 2 di un foglio manoscritto che conteneva una serie di nomi e cifre, senza dubbio riferiti ad un narcotraffico interno, insieme a una sim card. Scatta quindi l’operazione “ascolto” con ambientali posizionati in quella cella e anche in quella del sospettato numero uno, l’albanese Kevi Kereci, pregiudicato di spessore con importanti collegamenti con trafficanti albanesi e di altri Paesi. E i discorsi, tutti in chiaro e senza problemi di interpretazione, fornivano il primo spaccato di un traffico di droga in carcere e all’esterno, gestito come se fosse un “call center” per il gran numero di cellulari di cui disponevano i detenuti.
INTERCETTATI IN CELLA
«Un narcotraffico reso possibile da una massiva presenza nella Casa di Pescara di smart-phone in grado di comunicare con l’esterno su linea dati (e non fonia) così da eludere ogni possibilità di intercettazione telefonica». Ma la vera svolta è arrivata dagli ambientali in cella che ha permesso di ascoltare dalla stessa voce dei protagonisti, cessioni, accordi, elenco dei debiti e crediti, estorsioni per i ritardi nei pagamenti e «persino atti di violenza prepotente contro chi non è stato in grado di giustificare le proprie mancanze». Un traffico criminale dentro il carcere, «in grado di movimentare decine di migliaia di euro nel volgere dei circa quattro mesi (dal 16 giugno al 23ottobre) in cui l’attività inquirente si è dispiegata».
LE VISITE CON LE STAMPELLE
Interessanti anche i modi in cui droga e cellulari entravano in carcere, eludendo la sorveglianza di un numero sempre più ristretto e insufficiente di agenti penitenziari. La penitenziaria comunque riusciva a mettere a segno qualche sequestro, come quando arriva la madre di un detenuto con le stampelle: cosa resa possibile soltanto grazie all’ascolto degli ambientali che annunciavano quella visita con tanto di spiegazione. Due degli indagati raccomandano a un altro detenuto che il corriere simuli il camminare con le stampelle per evitare di gravare con i talloni sui telefoni occultati nelle scarpe e di usare la carta carbone per isolare i telefoni al controllo elettronico. E poi ci sono i trasporti di droga occultati nelle parti intime delle donne e in quelle degli uomini visitatori, o nelle merendine perfettamente confezionate, o sotto la maglietta di una parente dove è stato celato un dito di guanto in lattice dove era contenuta sostanza da taglio. E poi ci sono i sequestri che i carabinieri del Nor, che hanno condotto le indagini, hanno effettuato nelle abitazioni di amici e parenti dei detenuti sempre grazie agli ambientali in carcere nei quali veniva detto di tutto.
LO STUPORE DI KERECI
E l’albanese Kereci, ritenuto criminale di spessore e intermediario tra Albania e Italia, si meraviglia dopo aver appreso del sequestro di 10 chili di marijuana trovati dai militari nella camera da letto di un suo amico: nascondiglio di cui erano a conoscenza solo loro due. E poi nelle carte c’è il capitolo della “droga parlata”, quella degli ambientali in cella dove i detenuti si esprimono in maniera esplicita e parlano di droga e non solo: «Non si tratta quindi di interpretare un linguaggio cifrato, ma di prendere atto di vere e proprie ammissioni dirette dell'indagato», come si legge nell’informativa del Nor. E poi ci sono i riscontri oggettivi esterni, quei luoghi dove i carabinieri si recano dopo l’ascolto e trovano a colpo sicuro la droga: «In più occasioni l’albanese Kevi ammette di essere il proprietario dello stupefacente e il responsabile dell’organizzazione, anche se poi fa le sue riflessioni su quanto sta accadendo: «Io però adesso mi faccio le pippe mentali... però devi sapere che se ero io il problema mò le guardie mi venivano qua adesso, dentro il carcere e mi prendevano il cellulare perché dicono che io dal carcere comando ancora». Ma gli investigatori non volevano perdere quella occasione che tanti frutti stava portando all’indagine.
GLI INTERROGATORI
Quanto alle esigenze cautelari (il fascicolo adesso è nelle mani del gip Mariacarla Sacco che dovrà sottoporre gli indagati all’interrogatorio preventivo per poi decidere sulla misura) il pm Varone afferma: «La circostanza che tutte le persone sottoposte alle indagini siano munite di telefoni smart con linea dati ed abbiano assoluta facilità al colloquio tra loro e con l’esterno, rende altresì evidente il concreto pericolo per la genuinità degli interrogatori e per le assunzioni testimoniali che dovranno completare e integrare il quadro indiziario». Quindi chiedeva al gip di evitare gli interrogatori preventivi che però si terranno lo stesso.

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