E c’è chi organizza le ronde Il caso di Città Sant’Angelo

Possono solo osservare e segnalare alle forze dell’ordine reati in corso ma senza intervenire «Il rischio è scatenare la reazione dei malviventi, meglio usare divise per essere riconoscibili»
PESCARA. Ronde sì, ma con prudenza. Non sono vietate dalla legge e possono essere attivate solo per osservare e segnalare alle forze dell’ordine eventuali anomalie. E comunque la legge parla della possibilità per i sindaci di avvalersi di associazioni di cittadini (non armati) per comunicare eventi che possano arrecare danni alla sicurezza urbana. Le associazioni, poi, vanno iscritte in un albo tenuto dal prefetto e devono avere dei requisiti particolari.
Ma chiunque pensi di attivare iniziative di questo tipo deve prestare molta attenzione, perché «può essere pericoloso», avverte Panfilo D’Orazio, comandante della polizia locale di Spoltore e coordinatore polizia locale della Cgil Funzione pubblica a livello regionale. «È importante che ci si limiti a segnalare ed è consigliabile usare delle divise, per essere riconoscibili. Il rischio c’è, in strada, perché si può scatenare una reazione» da parte di soggetti particolarmente aggressivi. Un messaggio, questo, rivolto a chi si attiva per promuovere dei controlli in strada, come avviene da tempo a Città Sant’Angelo con il controllo di quartiere effettuato da un gruppo di giovani ben organizzati. «È importante», prosegue D’Orazioo, «la collaborazione dei cittadini ai quali è riconosciuta la facoltà di arrestare in flagranza di reato e di reagire per difesa personale».
In questo periodo proprio la polizia locale è in attesa di conoscere gli sviluppi sul decreto legge sulla sicurezza urbana, quello sui cosiddetti «sindaci sceriffo» e la prima reazione a livello locale arriva dalla segreteria regionale del Diccap-Sulpl, sindacato autonomo della polizia locale, rappresentato da Walter Falzani. Il tono è polemico, non poco. «Si calano dall’alto sui Comuni altre competenze di spettanza dello Stato senza però trasferire risorse, personale o modifiche legislative. Con il Daspo previsto dal decreto lo Stato demanda ai Comuni l’espulsione dai confini del proprio territorio» ma questi provvedimenti dovranno essere «preparati, eseguiti, notificati ed archiviati, e poi si dovranno gestire i ricorsi»: ad occuparsene dovrà essere la polizia locale ma «tutto questo sottrarrà risorse alla vigilanza del territorio». Ci si chiede poi «quale archivio sarà utilizzato per inserire le violazioni al decoro urbano e cercare le recidive: ce se sarà uno per ogni Comune, oppure uno unico statale?», si domanda Falzani.
Pensando all’applicazione delle novità previste dal decreto il sindacato immagina «i sindaci impantanati, con un Contratto nazionale di lavoro che equipara la polizia locale a normali impiegati comunali». Il quadro normativo attuale «non consente alla polizia locale di operare con gli stessi strumenti e di avere le stesse tutele delle altre forze di polizia» e il riferimento è all’equipaggiamento, ai mezzi, alla formazione, all’accesso allo Sdi e ad altre banche dati». Quindi sarebbe stato più opportuno, al posto del decreto, approvare «la riforma della polizia locale: l'unica che consentirebbe di restituire sicurezza alle città», conclude il sindacato .
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