E di notte la stazione si trasforma Ecco il dormitorio dei disperati

Sotto il tunnel, tra bici e auto in sosta e a ridosso dei marciapiedi: sono accampati ovunque Don Marco, direttore della Caritas: «Non basta mandarli via da una zona, si sposta solo il problema»
PESCARA. Stesi sul ciglio della strada, dietro il bordo del marciapiedi, sotto il tunnel a un passo dal mercatino etnico, sotto gli occhi di chiunque si trovi a passare per la stazione. È diventata il rifugio di disperati e senza fissa dimora la stazione centrale di Pescara che di giorno si presenta con scale mobili e ascensori fuori servizio e la notte, nell’area intorno, diventa una terra di nessuno dove tutto è permesso. A giorni alterni, a seconda del passaggio delle forze dell’ordine, ecco che tornano i cartoni piazzati dai rispettivi proprietari alla bell’e meglio tra biciclette e macchine parcheggiate.
Anche ieri notte c’erano. Anche ieri notte la stazione era una terra di nessuno dove, a differenza di altre zone della città diventate off limits dopo i controlli a tappeto avviati dall’amministrazione, c’è chi ne fa l’ultima spiaggia del proprio girovagare.
Per il direttore della Caritas diocesana, don Marco Pagniello, il problema dei bivacchi e del degrado urbano è una questione che va affrontata in maniera forte ma “in comunione” fra tutti gli enti interessati. In questi giorni il Comune ha tentato il giro di vite: uno degli ultimi “repulisti” è stato quello in via Tavo, dove però, come per altre aree centrali, sono bastate 24 ore per far tornare tutto come prima. «Concordo col fatto che le strade debbano essere decorose», afferma don Marco, «ma Pescara non è solo il centro, ci sono anche le periferie, e se tanti senza fissa dimora si spostano dal centro alla periferia il problema del decoro resta: non basta togliere da un posto e mettere in un altro, si sposta solo il problema e questa non è la soluzione ideale». Per il responsabile della Caritas pescarese «per affrontare la questione, bisogna lavorare “in comunione”, per accompagnare chi lo vuole in un percorso di inclusione: ognuno deve fare la sua parte tra vigili urbani, uffici delle politiche sociali, edilizia popolare, forze dell’ordine e terzo settore, compresa la Caritas che forse può anche fare di più».
Nell’assistenza a chi vive in strada per i più svariati motivi, per scelta propria o perché costretto da vicissitudini personali, la Caritas incontra però anche difficoltà oggettive: «In questo momento la nostra Cittadella non assorbe tutti: il posto è sempre pieno», spiega don Marco, «ci sono poi tanti che rifiutano piccole regole di convivenza delle quali non si può prescindere: ad esempio bisogna essere sobri per accedere nelle nostre strutture, e bisogna osservare delle regole igieniche di base. Forse bisognerebbe pensare un ulteriore spazio dove questa gente possa andare a riposare, a lavarsi, un luogo custodito e sorvegliato dove sia possibile censirli, capire i flussi, da dove vengono». Ma oltre a chi bivacca per scelta o per necessità, c’è anche chi fa il questuante quasi di professione: «Non è un mistero che alcuni arrivano dai paesi dell’Est, sono comunitari che fanno accattonaggio, e scendono direttamente dall’autobus con il cartello “Ho fame”, e in questo caso c’è un vuoto legislativo». A volte l’attività dei volontari si scontra anche con il muro di gomma di chi non vuole essere aiutato: «C’è anche chi rifiuta inclusione», sottolinea don Marco, «come chi beve e si accontenta di raccattare 2-3 euro per un cartone di vino. Per questo dico che non bisogna dare soldi a chi beve e poi sa dove andare a mangiare: ci sono tre mense nell’area metropolitana».
Situazioni di degrado che spesso sono i cittadini stessi a segnalare: «In zona Porta Nuova, dietro al mercato coperto», racconta la residente Lidia Di Blasio, «una ragazza solo in reggiseno, slip e pantaloni strappati è stata ritrovata a terra accanto al cassonetto della spazzatura, ed è arrivato il 118 per soccorrerla. Continuo a fare una battaglia per segnalare il degrado e la scarsa sicurezza di questa zona».

