E Greenpeace scrive a Gentiloni: ferma le trivelle croate

17 Marzo 2015

PESCARA. Il problema non sono solo le trivelle sulla costa abruzzese. Il problema è l’intero Adriatico, un mare chiuso dove ogni attività si ripercuote sull’intero ecosistema. Per questo Greenpeace...

PESCARA. Il problema non sono solo le trivelle sulla costa abruzzese. Il problema è l’intero Adriatico, un mare chiuso dove ogni attività si ripercuote sull’intero ecosistema. Per questo Greenpeace ha scritto al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, e ai ministri Gian Luca Galletti e Federica Guidi, chiedendo di porre attenzione e di intervenire sui «piani di trivellazione della Croazia in Adriatico».

L'associazione ha sollecitato «il governo italiano a chiedere alla Repubblica di Croazia di essere consultato e incluso nella Valutazione ambientale strategica in corso riguardo ai piani di sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio nell'Adriatico croato. L'Italia è chiaramente parte in causa nella “strategia fossile” croata». Per questo Greenpeace chiede che «il governo si attivi per garantire la vita e il futuro del nostro mare e sollecita l'esecutivo ad avvalersi dei meccanismi previsti dalla Convenzione di Espoo» sulla «valutazione dell'impatto ambientale in un contesto transfrontaliero; e dunque ad esigere dalla Croazia un diritto di consultazione». Dopo le prospezioni geosismiche, spiega Greenpeace «il governo di Zagabria ha messo a punto la suddivisione del 90% della superficie marina adriatica croata in ventinove blocchi, di ampiezza variabile tra i 1.000 e i 1.600 chilometri quadrati». Tra l'altro viene ricordato che «le prime procedure per l'assegnazione dei diritti di ricerca in queste aree sono già state espletate con l'assegnazione di 10 concessioni a cinque compagnie, tra cui l'italiana Eni». Per quanto è conosciuto, ha osservato Andrea Boraschi, responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace, «da un punto di vista ambientale il piano del governo di Zagabria è lacunoso e potenzialmente disastroso per l'Adriatico».