E il caso Messina Denaro svela le carceri vulnerabili

29 Gennaio 2023

All’Aquila 121 detenuti (su 159) sono in regime di 41 bis: tenerli separati è difficile A Sulmona i rischi maggiori: nel 2023 il numero salirà a 645, mancano 60 agenti 

L’AQUILA. Il nome Matteo Messina Denaro non fa il suo ingresso nella cerimonia all’Aquila. Ma lo spettro del superboss aleggia tra le righe della relazione per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario che svelano le fragilità nelle nostre carceri dove sono rinchiusi 1.765 autori di delitti. Molti dei quali mafiosi da trattare con cautela perché criminali in regime di massima sicurezza. Ma “le tante criticità degli istituti di detenzione presenti nel Distretto”, si legge nella relazione, “non sono mutate significativamente rispetto al recente passato”, anche se “quest’anno l’Abruzzo non è stato colpito direttamente dalla tragedia dei suicidi in carcere”.
Sono tre le case circondariali da attenzionare a partire dal carcere dell’Aquila dove è richiuso Messina Denaro e, prima di lui, lo sono stati personaggi al vertice di Cosa Nostra del calibro di Leoluca Bagarella e Totò Riina, per non dire di Felice Maniero, ex capo della Mafia del Brenta o di Sandokan, al secolo Francesco Schiavone, il boss dei casalesi.
La struttura delle Costarelle ospita 159 detenuti, dei quali 121 sono sottoposti al regime del 41 bis, ovvero il carcere speciale. Ma «permangono le criticità in relazione alla difficoltà di garantire la separazione tra i gruppi di socialità differenti, con il seguito di procedimenti disciplinari e reclami al Magistrato di sorveglianza, nonché quelle relative alle attività trattamentali».
Ed è persino più delicata, se non esplosiva, la situazione nella struttura di Sulmona, una volta ribattezzato carcere dei suicidi, che accoglie, nella quasi totalità, detenuti sottoposti al regime definito di “elevato indice di vigilanza”. Dei 445 reclusi infatti solo 8 sono definiti “comuni”, appartenendo gli altri al circuito dei collaboratori di giustizia (25), degli ex 41 bis (50) e del 416 bis, cioè esponenti di Sacra corona unita, Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra, con condanne a 30 anni di reclusione o ergastolo. Il numero di rinchiusi è destinato peraltro a crescere nel corso del 2023, essendo in fase di ultimazione l’ampliamento della struttura, con la costruzione di un nuovo padiglione, che accoglierà altri 200 ristretti della medesima categoria. All’appello però mancano 60 agenti in organo. E il tempo stringe.
«Permangono le più volte evidenziate criticità relative agli organici del personale», si sottolinea nella relazione. Personale che compone il gruppo di osservazione e trattamento (gli educatori e appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria) tra i cui compiti c’è quello di dare l’opportunità ai detenuti di dedicarsi ad un’attività lavorativa o culturale «in forme non effimere o meramente occasionali». Laboratori di falegnameria, calzoleria, sartoria, apicultura e agricoltura, infatti, occupano solo 74 carcerati appartenenti al circuito di alta sicurezza. «E restano intatte anche le criticità relative alla scarsa ampiezza delle camere detentive, concepite per accogliere un solo ristretto, ma per la maggior parte adattate a cella doppia».
Infine c’è il Castrogno di Teramo, con 418 detenuti dove «purtroppo nulla è mutato in meglio. Persistono gravi criticità: carenza di organico del personale di polizia penitenziaria e dell’area pedagogica; presenza di numerosi soggetti psichiatrici e con disabilità». E ancora: «carenza di spazi, di risorse e di attività trattamentali, oltre che presenza di barriere architettoniche». Tutto è esattamente come 15 anni fa quando ogni detenuto aveva appena tre metri quadrati di spazio, meno del minimo vitale per espiare la pena.